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Dottorè ma sa che m’è successo? Cose da pazzi… ci si è messa pure mia nonna… E’ da mesi che mi piange al telefono, “e quanto mi manca la gioia mia… per fare pasta e patate aspetto solo a te… questa terra non è più la stessa…” e tutte queste storie… E ora che mi sto organizzando per fare le ferie a casa, lì al Sud, che mi dice? “Ma tu sei proprio sicura di voler tornare? Mica m’ammorbi col virus, a nonna, che già tengo il diabete?” Ha capito… Mi dica lei ora come devo stare. Pure mia nonna ci si mette Dottorè.

covid-19

Così una mia paziente sintetizzava giorni fa quella che, stando ad alcuni recenti articoli di giornale, sembrerebbe essere una problematica abbastanza diffusa: se vivi al Nord organizzare anche solo una breve vacanza fuori regione può esporti a vissuti un filino sgradevoli.

Da fine febbraio, siamo entrati in una fase storica che ci auguriamo possa essere più unica che rara, causata da quella che l’11 marzo è stata definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una pandemia da nuovo Coronavirus 2019. Abbiamo vissuto mesi di lockdown, tutti chiusi nelle nostre case. In tanti sono rimasti lontani dai propri cari, per strada la polizia controllava ogni giorno i pochi in circolazione. Al supermercato gel igienizzanti e guanti monouso sono stati introvabili per settimane, spariti insieme a lieviti e altri beni di prima necessità di cui tanti hanno fatto scorta in fretta e furia in preda alla paura e all’incertezza. Tante persone hanno perso la vita, senza che fosse possibile rivolgere loro l’ultimo saluto.

Oggi tutto questo sembrerebbe un brutto, bruttissimo, ricordo. Siamo in fase 3, quella in cui si torna a una sorta di normalità con, però, l’aggiunta del Covid-19 con cui – dicono – ci toccherà convivere per un po’. Ma di fatto ogni giorno che passa lungo tutto lo Stivale le regioni sembrerebbero via via ripulirsi, si parla di “contagio zero” e “zero decessi” in più di un’area geografica, per cui evviva!

Ma purtroppo c’è un “ma”.

Le regioni del Nord Italia – chi più chi meno e dentro a una danza quotidiana che le vede a turno sul podio, oggi la Lombardia e domani il Veneto o l’Emilia Romagna o il Piemonte – continuano a essere strombazzate sui giornali come le regioni in cui il contagio si riduce ma mai del tutto, a un giorno con pochi contagiati ne segue uno in cui il numero sembra rimbalzare verso l’alto

In Lombardia, poi, ci sono “le inchieste in corso”, in piazza si chiedeva fino a qualche settimana fa il commissariamento della Regione e un giorno sì e un giorno no c’è sempre qualcuno che strilla che si dovrebbero fare più tamponi, sennò come si fa a capirci veramente qualcosa. E poi: verrà l’autunno e sarà un disastro o forse no, qualcuno ha una sfera di cristallo?

Ecco. Messa in questi termini diventa dura dire a nonna che ha torto marcio.

Qualche suggerimento, allora, per proteggerci da questa diffusa sindrome dell’appestato, che esercita effetti sgradevoli tanto sull’“accusato” quanto sull’“accusatore”:

  1. non dimentichiamo che l’esperienza vissuta con questa pandemia ha prodotto stress: in noi, negli altri. L’obbligo di rispettare regole restrittive della libertà personale, ritrovandoci nella condizione di doverci sempre giustificare qualora fuori casa, ha prodotto stress. Anche in chi ha deciso di non uscire per mesi (“Dottoressa solo il pensiero di dovermi poi togliere i guanti e disinfettare… e togliere i vestiti, e non so se anche le scarpe… insomma, meglio starmene a casa e farmi portare tutto a domicilio”).
  2. Non dimentichiamo che questa esperienza non ci ha solo privati della libertà personale ma ci ha anche spaventati a morte. In un battibaleno ci siamo ritrovati privati di tante certezze (il lavoro, la routine quotidiana, una prospettiva futura certa). In tanti in pochissimi giorni hanno perso persone care.
  3. Non dimentichiamo che abbiamo provato spesso tanta rabbia: perché si faticava a vedere la fine del lockdown, per le privazioni che hanno subito i nostri figli, per chi per strada non rispettava le misure di sicurezza, per tanto dolore cui si è legittimamente faticato a riconoscere un senso.
  4. Ricordiamoci, ora, quanto possa essere preziosa la comprensione e l’accettazione compassionevole di noi stessi e degli altri, per la profonda stanchezza che può emergere a volte, rendendoci “antipatici” e “respingenti”.
  5. Ricordiamoci, ora, che, in una situazione difficile come questa, in cui chi viene dal Nord è “quello che può portare il virus”, la più bella, utile e forte protezione è la protezione vicendevole, reciproca: se l’altro sente la nostra cura nel proteggerlo (ad esempio rispettando tutte le misure di sicurezza attualmente previste), può sentirsi capito nelle sue paure e al sicuro. Questo, a catena, può motivare a proteggere i “presunti appestati” dalla chiusura e dal rifiuto, aprendo ad un’accoglienza responsabile e… a prova di nonna.

Un’esperienza pandemica così dura, tagliente, privativa, merita ora – per la stagione calda, almeno, in cui il contagio in Italia sembra un filo dare tregua – di lasciare il posto a “fiori”, per dirla con De Andrè. E non c’è altro che faccia così bene quanto l’aver cura gli uni degli altri e saperselo (in qualunque modo) dire.

Lo dobbiamo a noi stessi. Lo dobbiamo ai bambini.

Dott.ssa Serena Basile (Psicologo e Psicoterapeuta)

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