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Per molti anni il tessuto adiposo è stato considerato una fonte di energia dal momento che le cellule del tessuto adiposo immagazzinano l’energia in eccesso sotto forma di trigliceridi e la rilasciano in situazioni di carenza. Studi genetici effettuati su modelli murini obesi e diabetici, hanno dimostrato che i fattori secreti dagli adipociti sono capaci di comunicare con i tessuti e di influenzare le loro normali funzioni. il tessuto adiposo, infatti, risulta essere implicato in molti processi endocrini e metabolici. Circa 60 anni fa sono stati elaborati i primi lavori sui chili di grasso in eccesso e si è cominciato a delineare l’obesità nelle sue diverse sfaccettature fino ad arrivare al 1983, anno in cui è stato introdotto per la prima volta il concetto di obesità viscerale distinguendola dall’obesità sottocutanea. Le due forme di grasso sono state oggetto di numerosi studi scientifici nei quali è emerso che non si tratta di una semplice differenza topografica, ma di una distinzione dal significato fisiopatologico: due organi distinti e metabolicamente attivi. L’obesità viscerale è sicuramente la più pericolosa tanto da essere considerata uno dei più importanti fattori di rischio di morbidità e mortalità per malattie metaboliche. Essa è data da un accumulo di grasso nella cavità addominale, ove risiedono principalmente gli organi, mentre l’obesità sottocutanea, invece, è definita da un accumulo di grasso sotto la cute (Fig.1). Il grasso viscerale è la porzione di tessuto adiposo che protegge i nostri organi vitali. Infatti, esso è concentrato nella cavità addominale ed è distribuito tra gli organi interni e il tronco. Ha una consistenza simile a un gel che gli conferisce la capacità di aderire ai principali organi vitali, quali fegato, pancreas e reni.

Fig.1: Grasso sottocutaneo e grasso viscerale individuato mediante ecografia o ecotomografia all’addome, in un soggetto di sesso maschile con lieve obesità addominale, ma con fegato affaticato da assunzione di amminoacidi ai fini sportivi. “X” delimita il grasso sottocutaneo, “+” il delimita il grasso viscerale. (Per gentile concessione della dott.ssa Chiara Mussi, ecografista presso dNa Milano)

Una misurazione accurata della quantità dell’adiposità viscerale è essenziale per valutare il potenziale rischio di patologie metaboliche e cardiovascolari a cui si è esposti. Esistono diverse tecniche per quantificare il grasso viscerale: tecniche antropometriche, BIA (bioelectrical impedance Analysis), DXA (Dual Energy X-Ray absorptiometry), ultrasound, MRI (Magnetic Resonance Imaging) e CT (Computed tomography). Esse si differenziano per accessibilità, specificità, accuratezza e costi. Le tecniche più accurate sono l’ MRI (Magnetic Resonance Imaging) e la CT (Computed tomography). La prima è la meno accessibile in termini di costi, mentre la seconda espone ai rischi delle radiazioni. Le più utilizzate sono le tecniche antropometriche e la BIA che hanno il vantaggio di essere pratiche e poco costose e, nonostante la non elevata accuratezza, risultano comunque attendibili. Le tecniche antropometriche prevedono, in prima analisi, il calcolo del BMI (Body Mass Index) e poi la valutazione mediante centimetrometria del rapporto vita/fianchi e della circonferenza addominale che danno una stima orientativa del quantitativo di grasso. In tabella sono riportati valori normali in età adulta.

La bioimpedenziometria è un metodo indiretto di valutazione della composizione corporea, si basa su diverse proprietà conducenti e dielettriche dei tessuti biologici. Essa misura l’impedenza offerta da un corpo al passaggio di una corrente elettrica alternata a bassa intensità (800µA) e frequenza fissata. Valori normali di grasso viscerale stimati tramite BIA in un adulto sono valori minori di 8 livelli nelle donne e minori di 12 livelli negli uomini. Il grasso viscerale è considerato dannoso per il nostro organismo perché in grado di attivare vie di trasduzione del segnale dell’infiammazione e di incidere sulle normali funzioni ormonali; infatti esso agisce come un vero e proprio organo specializzato nella sintesi di ormoni e molecole pro-infiammatorie, che interferiscono con i pathways metabolici che regolano l’appetito, il peso, le funzioni cerebrali e l’umore. L’appetito e l’umore sono controllati dai livelli di glucosio ematico, regolato dall’insulina.

Gli individui con una massa di grasso viscerale eccessiva sono maggiormente esposti a tutte le complicanze metaboliche che preclude l’obesità, ossia DM2 (diabete mellito di tipo 2) e malattie cardiovascolari, oltre che a demenza e depressione.

Cosa conduce all’aumento di grasso viscerale?
La prima causa a favore dell’aumento di grasso viscerale è sicuramente un’alimentazione non sana. L’alimentazione moderna prevede un alto consumo di carboidrati raffinati che metabolicamente si traduce in un aumento dell’idrolisi dei trigliceridi a livello del tessuto adiposo con un aumentata lipolisi e sintesi di FFA (acidi grassi liberi) nel plasma, con una diminuzione dell’up-take di glucosio a livello muscolare e conseguente diminuzione dei depositi di glicogeno. Tale meccanismo è spiegabile se si considera che l’elevata presenza in circolo di acidi grassi liberi fa sì che queste macromolecole si mettano “in concorrenza” con il glucosio per l’entrata nelle cellule, in particolare in quelle muscolari (Bonora et al.;2008). Questo conduce a un metabolismo dei lipidi e degli zuccheri alterato che a lungo andare si traducono in un aumento del grasso nella cavità addominale.
Un altro fattore determinante nella distribuzione del grasso sono gli ormoni sessuali. L’accumulo di grasso viscerale è maggiore negli uomini che nelle donne se si considera un campione di individui della stessa età e con BMI simile. Studi scientifici dimostrano che nelle donne esiste una correlazione negativa tra il livello di ormoni sessuali nel plasma e il rapporto vita/fianchi a dimostrazione del fatto che la presenza di testosterone attivo è uno dei principali determinanti del grasso viscerale nella donna. Al contrario, nell’uomo bassi livelli di testosterone plasmatico sono correlati a un’aumentata adiposità viscerale.

In grafico è riportato il risultato di uno studio osservazionale, condotto in dNa Milano, in cui si è valutato l’andamento del grasso viscerale, di cui si misurano i livelli, in un campione di uomini e donne della stessa età con stesso BMI. Si è osservato che a parità di BMI l’accumulo di grasso viscerale è maggiore nell’uomo.

Non bisogna però, sottovalutare la variabile età. In uno studio, pubblicato sulla rivista International Journal of Obesity (2008), si documenta di un lavoro fatto negli anni ’90 in cui era già stata trovata una correlazione lineare tra l’età e i livelli di grasso viscerale in un campione di uomini adulti obesi di diverse età. Questa correlazione è presente anche nelle donne, sebbene c’è da precisare che il volume di grasso viscerale è influenzato da un altro fattore predominante: la menopausa. Non è di raro riscontro che, durante la menopausa, aumenti il rischio di obesità addominale, insulino-resistenza e dislipidemia; inoltre si riscontra una notevole differenza tra le donne in premenopausa, dove la quantità di grasso viscerale non è significativa, rispetto alle donne in menopausa in cui si assiste a un brusco incremento, avvicinandosi molto alla situazione dei soggetti di sesso maschile. Ciò è riconducibile, almeno in parte, alla ridotta produzione di estrogeni. L’obesità viscerale è strettamente connessa al concetto di resistenza all’insulina e sintesi alterata di lipoproteine a bassa densità. In molte donne infatti l’insulino-resistenza gradualmente aumenta e peggiora nei soggetti in sovrappeso anche durante terapia sostitutiva. La concentrazione di trigliceridi dopo la menopausa tende ad aumentare ed il loro livello è direttamente correlato al grado di obesità centrale, parimenti aumenta la quota di LDL per l’attivazione della lipasi epatica dovuta al difetto estrogenico. Come anticipato, molti pensano che insulino- resistenza e obesità centrale siano i più caratteristici elementi caratterizzanti la sindrome metabolica. Non tutte le donne sovrappeso peraltro soffrono di questo disturbo. Vi sono infatti soggetti obesi che a dispetto del grasso accumulato presentano normale attività insulinica e di solito sono donne sovrappeso da qualche anno e che presentano una normale quota di grasso viscerale. All’aumento del grasso viscerale contribuiscono anche fattori genetici. Studi scientifici dimostrano la presenza di una mutazione missenso a livello del gene che codifica per il recettore β3- adrenergico e che sembra essere coinvolto in un predisposizione all’obesità viscerale.
Rischi connessi all’eccesso di grasso viscerale.
I maggiori rischi a cui espone un eccesso di grasso viscerale, sono il DM2 (diabete mellito di tipo 2) e le malattie cardiovascolari e la causa è da ricercare in una serie di processi attivati da diverse adipocitochine. Si è dimostrato che il grasso viscerale crea un quadro patologico di “low grade inflammation”, infatti aumenta la concentrazione di citochine pro-infiammatorie (IL-6, IL-1beta, TNFalfa), che regolano le adipocitochine con una conseguente alterazione del metabolismo. In uno studio del 2015 (P.Kotnik et al.;2015) sono stati analizzati uno a uno i fattori di secrezione ed è stato studiato il loro meccanismo di azione. Il principale ormone secreto è la leptina, la cui concentrazione aumenta quanto più è elevata la quantità di grasso viscerale. Essa è direttamente relazionata all’insulino-resistenza e al DM2, poiché alti livelli ematici di leptina agiscono a livello cerebrale aumentando l’appetito, a livello dei muscoli scheletrici e del fegato stimolando l’ossidazione degli acidi grassi e l’up-take di glucosio. Gli studiosi hanno infatti notato che nelle persone obese i recettori ipotalamici, pur non riuscendo a recepire il messaggio di astinenza del cibo dato dagli alti livelli di leptina, sono comunque sensibili al calo della concentrazione dell’ormone. Per questo motivo quando un obeso ingrassa lo stimolo della leptina viene “ignorato” e con esso anche la sua azione anoressigena; al contrario, quando un obeso tenta di dimagrire l’ipotalamo recepisce la diminuzione di leptina e spinge l’individuo alla ricerca del cibo. Il problema, quindi, non è dato da un difetto di leptina ma da una ridotta sensibilità recettoriale nei suoi confronti. Di supporto all’insorgenza del DM2 è la Retinol Binding Protein 4, un altro fattore la cui concentrazione è relativa a un eccesso di adiposità viscerale, che aumenta l’insulino resistenza. Al contrario l’acquaporina 7, proteina di membrana degli adipociti adibita al trasporto del glicerolo, esplica un’azione contraria alle precedenti contribuendo ad abbassare i livelli di glucosio ematici. Purtroppo il suo contributo risulta essere vano poiché la sua espressione viene soppressa ad alte concentrazioni di insulina, tipiche della fase di esordio del DM2. Tali fattori di secrezione causano un’alterazione a carico del metabolismo degli zuccheri e dei lipidi, quindi come già detto, un’aumentata lipolisi e un incremento degli acidi grassi liberi (FFA) nel plasma che attraverso la circolazione portale vengono condotti direttamente ai tessuti periferici e al fegato. Gli acidi grassi liberi, costituenti il grasso viscerale, aumentano la sintesi e secrezione delle VLDLs (very low density lipoproteins) causando iperlipidemia e steatosi epatica.

Studio osservazionale su un campione di 500 pazienti- dNa Milano. Si è constatato che il livello di grasso viscerale è direttamente correlato al valore ematico delle transaminasi, enzimi presenti nel fegato e  sintetizzati in eccesso in caso di disfunzione epatica. In particolare, sono stati riportati in grafico valori di GPT o ALT (enzima alanino- amino transferasi), di GOT o AST (enzima aspartato transferasi) e di gamma GT in relazione al grasso viscerale.

Un’altra adipocitochina, complice di questo processo infiammatorio è l’Adiponectina, che aumenta la sensibilità all’insulina nei tessuti e ciò si traduce in una ridotta gluconeogenesi da parte del fegato e in un aumentato trasporto del glucosio ai muscoli. Un basso livello di adiponectine è stato associato a un aumentato rischio di sviluppare DM2 e malattie cardiovascolari.
Merita di essere menzionata, la chemerina, espressa maggiormente nel tessuto adiposo e nel fegato, implicata nel processo di adipogenesi. Alti livelli sono associati a obesità viscerale, a deficienza di vitamina D, ad aumento dei valori ematici di colesterolo totale, a diminuzione del colesterolo HDL, all’aumento della pressione arteriosa e altre anormalità metaboliche connesse allo sviluppo delle malattie cardiovascolari. In uno studio del 2010, di Debette S. et al., è stato osservato che in pazienti con eccessivo grasso viscerale si ha un calo delle funzioni cognitive e una maggiore predisposizione alla demenza; ciò è spiegabile se si considera che i fattori secreti dal grasso viscerale agiscono a livello cerebrale diminuendo il volume del cervello, maggiormente a livello dell’ippocampo, come ad esempio riportato in uno studio
Prevenzione e riduzione del grasso viscerale.
La quantità di grasso viscerale può essere tenuta sotto controllo ed eliminata apportando qualche piccolo cambiamento ad alimentazione e stile di vita. Un buon approccio, per prevenire o ridurre l’obesità viscerale, è condurre un regime alimentare “antiflogistico”, ove per “flogosi” si intende una condizione di infiammazione. Tale regime mira a tenere sotto controllo l’evolvere di grasso come tessuto innocuo a grasso come organo specializzato. L’alimentazione antiflogistica si propone di agire principalmente su tre versanti: acidità (ph), tossine/radicali liberi, istamine; pertanto si tratta di un regime alimentare alcalinizzante, antiossidante e antistaminico. Uno dei presupposti principali è mantenere l’equilibrio acido- base dei tessuti e dei liquidi corporei, mantenendo il ph a valori vicini a quelli fisiologici. Il parametro di valutazione di acidità degli alimenti è il PRAL, il cui acronimo è potenziale di carico acido renale. E’ definito attraverso un test scientifico che calcola l’equilibrio chimico tra sostanze nutrizionali alcalinizzanti e acidificanti e del rapporto tra pH fisiologico e la circolazione sanguigna. Nella dieta moderna, il potenziale di acidosi renale (PRAL) è aumentato dall’eccesso di proteine e fosforo, soprattutto quelle d’origine animale. Non è da meno l’apporto di radicali liberi, tossici alimentari e istamine, se si pensa a tutti i prodotti industriali che offre il mercato.
“L’alimento ideale” in regime antiflogistico è un alimento fresco, crudo, sano, integro e vitale; pertanto un’alimentazione antiflogistica prevede l’esclusione di tutti i cibi che non rispettino tali caratteristiche. I cibi da prediligere sono frutta e verdure fresche e di stagione, cereali a chicco integro o pasta di cereali integri, carni e uova fresche (non conservate,non liofilizzate, non in salamoia, non in scatola), alimenti fermentati e germogliati che conservano la loro vitalità. Inoltre è importante osservare la semplicità nella preparazione dei piatti e non aggiungere tanti ingredienti che distruggano quello che poteva essere un piatto semplice e sano! Scatolami, cibi precotti/cotti, farine e zuccheri raffinati, alimenti fuori stagione, e soprattutto trattati dall’industria alimentare non rispettano nessuna delle caratteristiche menzionate. Sono alimenti ricchi di tossici alimentari (additivi, conservanti, coloranti, addensanti), ricchi di istamine e metalli pesanti i quali promuovo l’insorgenza di infiammazioni che a lungo andare si cronicizzano, dando origine a malattie cronico- degenerative. Inoltre per un efficiente diminuzione del grasso viscerale è necessario favorire il riequilibrio ormonale mediante almeno 7-8h di riposo notturno. E’importante accoppiare a una corretta alimentazione almeno una mezz’oretta di attività fisica al giorno, ciò combatte soprattutto l’insulino- resistenza e quindi ci rende meno esposti a DM2 e dislipidemie. Inoltre lo sport è un buon compromesso per eliminare tossine e scaricarsi dallo stress quotidiano.
Esistono cibi che aiutano a disinfiammare o a velocizzare i processi di detossificazione, come ad esempio possono essere di aiuto i decotti di zenzero, la curcuma o un cereale integro le cui vitamine e sostanze vitali sono state conservate da una cottura intelligente.
Di seguito ne riportiamo solo alcuni:
Lo zenzero (zingiber officinalis), è una pianta asiatica, utilizzata come spezia aromatizzante di cibi e bevande e per le sue proprietà digestive, diuretiche, antibatteriche, antifiammatorie e benefiche sul apparato circolatorio. L’azione antinfiammatoria è attribuita all’inibizione della ciclossigenasi e della 5-lipossigenasi, che comporta una riduzione della sintesi di leucotrieni prostaglandine, importanti fattori della risposta infiammatoria.
La curcuma (Curcuma longa) è una pianta appartenente alla famiglia delle zingiberacee, ha una lunga tradizione come spezia e come erba medicinale nella medicina cinese e ayurvedica, in particolare come agente infiammatorio. Il suo principale principio attivo è la curcumina al quale sono attribuite le principali attività farmacologiche. La curcuma si è dimostrata essere efficace nel miglioramento delle infiammazioni articolari e gastriche, nelle epatopatie e nelle malattie neurodegenerative.
La cannella (Cinnamomum verum) è una spezia, ricavata da un albero sempreverde, dalle proprietà antifungine, antiossidanti e ipoglicemizzanti. Il meccanismo d’azione sembra dovuto all’ azione di protezione esercitata sulle cellule beta del pancreas dal danno ossidativo e a quella insulino – sensibilizzante. Inoltre è indicata nei casi di inappetenza, disturbi dispeptici e spasmi gastrointestinali.
Il mirtillo nero (Vaccinium myrtillus) è una bacca ricca di antocianidine, sostanze ad azione antiossidante e antinfiammatoria che svolge un effetto protettivo principalmente sul processo visivo e sul tono arterioso. In particolare si è dimostrato efficiente nell’ostacolare il processo infiammatorio e l’ipertensione associati a obesità, contribuendo ad alleviare gli effetti avversi sulla salute.
L’olio di lino rappresenta la fonte naturale maggiormente concentrata (57%) di acido alfa – linoleico (ALA), un acido grasso essenziale dal quale l’organismo sintetizza l’ acido eicosapentaenoico (EPA) che genera leucotrieni e molecole ad azione antinfiammatoria. Esso particolarmente indicato in casi di ipertensione moderata e come prevenzione alle malattie cardiovascolari.
Il radicchio di Treviso, (Chicorium Intybus), appartiene alla famiglia delle Composite, gruppo delle cicorie. Ha proprietà antiossidanti ed è utile contro psoriasi, diabete di tipo 2, obesità, stitichezza e cattiva digestione. Il radicchio rosso contiene soprattutto potassio, ma anche magnesio, fosforo, calcio, zinco, sodio, ferro rame e manganese; contiene, inoltre, vitamine del gruppo B, vitamina C, vitamina E, vitamina K. Grazie all’elevata percentuale di acqua, il radicchio è depurativo; può essere inoltre un valido aiuto per chi soffre di stitichezza e difficoltà digestive. Ha un bassissimo potere energetico ed è quindi utile nelle diete ipocaloriche. Le fibre contenute nel radicchio sono in grado di trattenere gli zuccheri presenti nel sangue; per questo motivo è un alimento consigliato a chi soffre di diabete di tipo 2. Il radicchio rosso, come tutti i vegetali di questo colore, è ricco di antiossidanti. Contiene antociani e triptofano, i primi aiutano a prevenire i fattori di rischio cardiovascolare, mentre il triptofano aiuta a combattere l’insonnia.
La quinoa (Chenopodium quinoa) è una pianta appartenente alla famiglia delle Chenopidacee. La quinoa non è una graminacea e non contiene glutine, è quindi un alimento adatto alle persone affette da celiachia. Ha numerosissime proprietà nutritive. È molto ricca di proteine, carboidrati e fibra alimentare. Nella sua composizione sono presenti due aminoacidi essenziali molto importanti per il buon funzionamento dell’organismo: lisina e metionina. Quest’ultimo aiuta il metabolismo dell’insulina. Contiene, infine, una buona quota di minerali e vitamine, in particolare magnesio, vitamina C e vitamina E. La quinoa è particolarmente energizzante. Essendo un alimento molto nutriente, il suo consumo è consigliato soprattutto a bambini, donne in gravidanza, sportivi e convalescenti. Il suo elevato contenuto proteico, rende la quinoa una valida alternativa rispetto agli alimenti proteici di origine animale.

Di seguito è riportata una giornata tipo, da seguire per ridurre il grasso viscerale (Con l’ausilio di Mario Menga, cuoco di dNa Milano)

Centrifuga da poter consumare a colazione o alle merende di metà giornata o pomeriggio

INGREDIENTI

1  mela verde

20  grammi di zenzero

5 foglie di menta

1 lime

2 cetrioli

Procedimento:

Lavare e mondare gli ingredienti, tagliarli in pezzi e centrifugare.

Bere il prima possibile (entro 30 minuti)

Primo piatto: Pasta di grano saraceno con pesto di radicchio e noci

Ingredienti:

1 cespo di radicchio tipo treviso

50 grammi di gherigli di noci

1 cucchiaio di olio extra vergine d’oliva

Sale/ pepe q.b.

80 gr. di farfalle o fusilli di grano saraceno

PREPARAZIONE

Lavare e tagliare il radicchio, sbollentare le noci in acqua calda per 2 minuti e poi risciacquarle sotto l’acqua corrente; mentre la pasta cuoce in acqua salata, frullare nel mixer il radicchio tagliato, le noci, l’olio, sale e pepe per preparare un’ emulsione. Condire la pasta con il composto ottenuto anche senza scaldarlo in padella. Volendo è possibile attenuare il sapore del radicchio tagliando le foglie per il senso della lunghezza e tenendole  a mollo in acqua per 30 minuti.

Secondo piatto:  Bocconcini di nasello ai semi di lino con fagioli cannellini e avocado

Ingredienti:

1 filetto di nasello a tagliato cubetti

2 o 3 cucchiai di semi di lino

Sale q.b. (poco)

50 gr. di fagioli cannellini già cotti in precedenza

1/2 avocado pelato e tagliato a cubetti

Il succo di un limone

Olio extra vergine

Procedimento:

Preparare una citronette per il condimento finale con il succo di un limone e l’equivalente di olio,  un pizzico di sale e pepe nero.  Mettere il tutto in un barattolo di vetro chiuso, agitare  per emulsionare gli ingredienti. Cospargere il nasello con i  semi di lino, infornarlo a 250 gradi per 8 minuti. Sfornare il nasello e lasciarlo intiepidire. Nel frattempo mischiare delicatamente i fagioli cannellini e l’avocado, infine aggiungere  il nasello e condire con la citronette. Precedentemente preparata.

Conclusioni.

Alla luce di quanto esposto, il grasso viscerale è da considerarsi un vero e proprio organo specializzato con funzione endocrine. Infatti, esso secerne ormoni e citochine pro- infiammatorie, che creano uno stato di “Low grade inflammation” e alterano il metabolismo di zuccheri e lipidi. Tali condizioni predispongono a malattie metaboliche, quali dislipidemia, DM2, steatosi epatica e ad altre affezioni che riguardano il sistema nervoso centrale e l’ippocampo. Con un eccesso di grasso viscerale si assiste a un declino delle capacità cognitive di apprendimento e memoria e a un maggior rischio di insorgenza di demenza e depressione. Inoltre le adipochine agendo sul SNC (sistema nervoso centrale) riescono ad influenzare umore, appetito e di conseguenza il peso. Un rimedio per prevenire l’adiposità viscerale è sicuramente quello di condurre una corretta alimentazione, fare sport ed evitare situazioni stressanti.

Dott.ssa Samantha di Geso (Biologo Nutrizionista)

Dott.ssa Agostina Iannicelli (Biologo Nutrizionista)

 

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