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pancPrendi 2.000 persone obese o anche solo in sovrappeso, età pari o superiore a 50 anni, e chiedi loro se negli anni successivi hanno intenzione di perdere peso, metterne o mantenersi stabili, organizzando un follow-up a 4 anni. Prevedi la compilazione di test clinici finalizzati a rilevare lo stato dell’umore, così da capire se il dimagrimento ha per caso avuto effetti significativi sugli stati emotivi, poi tiri le somme.

Lo hanno fatto in Gran Bretagna, presso la University College of London, pubblicando i risultati sulla rivista PLOS ONE. Ne vengo a conoscenza tramite un articoletto apparso recentemente nel web che attira la mia attenzione per il titolo a tratti sensazionalistico e nel quale si racconta che la perdita di peso sembrerebbe produrre l’effetto di una cambiale da saldare a suon di malumori.

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Penso ai pazienti del Servizio di Psicologia di dNa Milano. Non me ne viene in mente mezzo che, a fronte di una perdita di peso, si strappi i capelli dalla disperazione! Vado dunque a cercare l’articolo originale. I curiosi in grado di masticare un po’ di inglese possono trovarlo qui.

Ebbene, come tutte le ricerche longitudinali, anche in questa il campione in esame non ha mancato di avere qualche difettuccio: chi aveva dichiarato di voler fare la dieta e poi s’è perso per strada non riuscendo a perdere un grammo, chi viceversa, chi s’è dimenticato negli anni di far parte di un panel di ricerca, eccetera. Non solo: ad aver perso peso sembrerebbe essere stato solo il 14% del campione totale, dunque 280 persone. Di queste, il 78% risulterebbe aver patito un peggioramento dell’umore (= 218): non proprio una tribù numerosa.

E ancora: quella connessione fra peggioramento dell’umore e perdita di peso. Gli autori stessi mi sembrano più possibilisti che definitivi, non mancando di chiedersi cosa nasca prima, se l’uovo (il peggioramento dell’umore) o la gallina (la perdita di peso), e mostrando una sanissima onestà intellettuale nell’ipotizzare la possibilità che sull’umore abbiano agìto eventi di vita stressogeni che nulla hanno avuto a che vedere con il regime alimentare seguito dalle persone.

Ma non finisce qui. Nell’articolo trovo un’insinuazione interessante (che tale rimane): sarà mica che il peggioramento dell’umore – osano i ricercatori – cominci a comparire solo dopo la fase iniziale di perdita di peso, in cui notoriamente si è sostenuti e incoraggiati e si comincia a perdere qualche chiletto? Quando cioè si è ormai in corsa e il sostegno comincia a vacillare?

Mi viene in mente che quando si parla di “dieta” – non solo negli articoli più o meno seri che possono trovarsi in giro ma anche e soprattutto negli studi di psicologia -, il “non ce la faccio se nessuno m’aiuta” è più diffuso di quanto si creda, e svela quanto ci sia di “relazionale” nel proprio rapporto col cibo.  E per “relazionale” non intendo che, di fatto, fra sé e il cibo c’è una relazione. No: per “relazionale” intendo che il nostro rapporto col cibo c’entra, e parecchio, col rapporto che abbiamo con noi stessi, con gli altri, con l’esistenza che viviamo, nonché con tutti quei significati che a tutto questo attribuiamo e che hanno, appunto e di nuovo, natura relazionale. Mica bazzecole.

Per questo affermazioni come “perdere peso rende tristi” fanno saltare sulla sedia e sanno di poco.

Dott.ssa Serena Basile

 
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