Quando l’amore diventa bisogno: il legame tra traumi infantili e dipendenza affettiva

Le relazioni affettive rappresentano una delle dimensioni più profonde e significative dell’esperienza umana. Fin dai primi anni di vita, il legame con le figure di accudimento costituisce il contesto primario in cui l’individuo sviluppa il senso di sé, impara a regolare le emozioni e costruisce le proprie aspettative relazionali. In questo senso, l’essere umano può essere considerato intrinsecamente relazionale: il bisogno di connessione con l’altro non è soltanto un desiderio psicologico, ma una necessità evolutiva fondamentale.

Quando le esperienze relazionali precoci si sviluppano all’interno di un ambiente sicuro e responsivo, esse favoriscono lo sviluppo di fiducia, autonomia emotiva e capacità di instaurare relazioni equilibrate.

Tuttavia, quando l’infanzia è segnata da traumi, trascuratezza emotiva o incoerenza nelle cure genitoriali, queste esperienze possono compromettere profondamente lo sviluppo emotivo e relazionale dell’individuo.

Una delle possibili conseguenze di tali vulnerabilità evolutive è la dipendenza affettiva, una modalità relazionale disfunzionale caratterizzata da un bisogno eccessivo di vicinanza, paura intensa dell’abbandono e difficoltà nel mantenere autonomia emotiva all’interno delle relazioni. In questi casi, il legame con l’altro diventa la principale fonte di sicurezza, valore personale e stabilità emotiva.

Negli ultimi decenni, un numero crescente di ricerche ha evidenziato una relazione significativa tra esperienze infantili avverse e sviluppo di modelli relazionali caratterizzati da dipendenza emotiva in età adulta. Il presente contributo intende analizzare questo legame attraverso una revisione della letteratura psicologica e neuroscientifica,  esplorando i principali meccanismi attraverso cui i traumi precoci influenzano la costruzione delle relazioni affettive adulte.

Il trauma infantile: quando le esperienze precoci diventano ferite relazionali

Il trauma infantile può essere definito come un evento o una serie di esperienze che eccedono la capacità del bambino di comprenderle ed elaborarle, compromettendo il suo senso di sicurezza e la continuità del sé.

Tra le principali forme di trauma infantile rientrano l’abuso fisico o psicologico, l’abuso sessuale, la trascuratezza emotiva, la perdita precoce delle figure di riferimento e l’esposizione a conflitti familiari cronici.

Ciò che rende un’esperienza traumatica non è esclusivamente la gravità oggettiva dell’evento, ma anche l’assenza di una figura di accudimento capace di offrire protezione, contenimento emotivo e significato all’esperienza vissuta.

Quando il caregiver non è in grado di fornire questo supporto, l’esperienza dolorosa può rimanere non integrata a livello psicologico, generando difficoltà nella regolazione emotiva e nella costruzione dell’identità personale.

Le ricerche mostrano che le esperienze traumatiche precoci possono produrre conseguenze significative su diversi livelli dello sviluppo. Sul piano cognitivo, il bambino può interiorizzare rappresentazioni negative di sé e dell’altro, sviluppando convinzioni come “non sono degno di amore” o “gli altri mi abbandoneranno”. Sul piano emotivo, possono emergere difficoltà nella regolazione degli stati affettivi, con manifestazioni che vanno dall’impulsività all’ipercontrollo o al ritiro emotivo.

Sul piano relazionale, tali esperienze contribuiscono alla formazione di modelli di attaccamento insicuro che influenzano le relazioni adulte.

Attaccamento e relazioni: il ruolo delle prime esperienze

Uno dei modelli teorici più importanti per comprendere il legame tra traumi infantili e dipendenza affettiva è la teoria dell’attaccamento sviluppata da John Bowlby. Secondo questa prospettiva, il legame tra il bambino e la figura di accudimento rappresenta una “base sicura” che consente al bambino di esplorare il mondo e affrontare le difficoltà emotive. Quando il caregiver è empatico, disponibile e coerente, il bambino sviluppa un attaccamento sicuro e interiorizza un senso di fiducia verso sé stesso e verso gli altri.

Al contrario, quando le figure di accudimento risultano incoerenti, rifiutanti o imprevedibili, il bambino può sviluppare modelli di attaccamento insicuro che influenzano il modo in cui si relazionerà agli altri nel corso della vita.

Gli studi sull’attaccamento distinguono principalmente tre configurazioni:

  1. Attaccamento ansioso, caratterizzato da intensa ricerca di vicinanza e paura costante dell’abbandono.
  2. Attaccamento evitante, contraddistinto da distacco emotivo e difficoltà a esprimere i propri bisogni affettivi.
  3. Attaccamento disorganizzato, che emerge nei contesti relazionali più traumatici, quando il caregiver rappresenta contemporaneamente una fonte di sicurezza e di minaccia.

Questi modelli relazionali precoci tendono a consolidarsi nel tempo e possono influenzare profondamente le relazioni intime adulte, contribuendo allo sviluppo di dinamiche di dipendenza emotiva.

Dipendenza affettiva: quando la relazione diventa un bisogno vitale

La dipendenza affettiva può essere definita come una condizione relazionale in cui l’individuo sviluppa un bisogno eccessivo e persistente di vicinanza e approvazione da parte dell’altro significativo.

In questa configurazione, la relazione assume la funzione di principale regolatore emotivo: la presenza del partner genera un temporaneo senso di sicurezza e stabilità, mentre la distanza o il rischio di separazione attivano intense reazioni di ansia, paura e senso di vuoto.

Tra le caratteristiche più comuni della dipendenza affettiva si possono individuare:

  • paura intensa dell’abbandono
  • bassa autostima
  • difficoltà nel mantenere confini relazionali
  • bisogno costante di rassicurazione
  • tendenza a sacrificare i propri bisogni per mantenere la relazione.

In molti casi, queste dinamiche portano l’individuo a tollerare relazioni insoddisfacenti o persino abusive pur di evitare la separazione.

Dal punto di vista psicologico, la relazione amorosa diventa quindi una sorta di regolatore emotivo esterno, utilizzato per compensare una fragilità interna derivante da esperienze relazionali precoci carenti o traumatiche.

Cosa accade nel cervello: il contributo delle neuroscienze

Le neuroscienze hanno fornito importanti evidenze sul modo in cui le esperienze relazionali precoci influenzano lo sviluppo cerebrale. Numerosi studi hanno dimostrato che il trauma infantile può alterare il funzionamento di alcune strutture cerebrali fondamentali per la regolazione emotiva, tra cui l’amigdala, l’ippocampo e la corteccia prefrontale.

Queste aree sono coinvolte nella gestione dello stress, nella memoria emotiva e nella capacità di modulare le reazioni affettive.
L’esposizione prolungata a stress relazionale durante l’infanzia può determinare una maggiore sensibilità ai segnali di rifiuto o abbandono e una ridotta capacità di autoregolazione emotiva.

Di conseguenza, l’individuo può diventare maggiormente dipendente dalla relazione come fonte di stabilizzazione emotiva.

In questa prospettiva, la dipendenza affettiva può essere interpretata come un tentativo maladattivo di compensare una difficoltà interna nella regolazione delle emozioni.

 

Implicazioni terapeutiche

Comprendere il legame tra trauma infantile e dipendenza affettiva ha importanti implicazioni cliniche.

Gli approcci terapeutici contemporanei sottolineano l’importanza di intervenire non solo sui comportamenti relazionali disfunzionali, ma anche sulle vulnerabilità emotive e identitarie che li sostengono.

Tra gli interventi più utilizzati si trovano la psicoterapia cognitivo-comportamentale, le terapie basate sull’attaccamento e gli approcci focalizzati sul trauma come l’EMDR.

Questi modelli mirano a promuovere lo sviluppo di risorse interne di sicurezza, migliorare la regolazione emotiva e favorire la costruzione di relazioni più equilibrate e autonome.

In particolare, la relazione terapeutica può rappresentare un’esperienza correttiva attraverso cui l’individuo sperimenta modalità relazionali più sicure e coerenti, contribuendo alla trasformazione dei modelli di attaccamento disfunzionali.

Bibliografia

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Dott.ssa Maria Limongelli

Psicologo

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Non è panico! È ansia.

Nella pratica clinica e nel linguaggio quotidiano, ansia e panico vengono frequentemente utilizzati come sinonimi. In realtà si tratta di esperienze emotive e fisiologiche diverse, che richiedono modalità di comprensione e di gestione differenti.

Fare chiarezza non è solo un esercizio teorico: riconoscere ciò che stiamo vivendo è il primo passo per ridurre la sofferenza e recuperare un senso di controllo.

Questo articolo si rivolge a chi, almeno una volta, ha pensato: “Sto avendo un attacco di panico”, quando in realtà stava sperimentando un’intensa attivazione ansiosa.

Ansia e panico: cosa li distingue davvero?

L’ansia è un’emozione anticipatoria. È un’emozione di base, perciò una risposta naturale del nostro organismo di fronte a una minaccia percepita, reale o immaginata. Ha una funzione adattiva: ci prepara all’azione, aumenta l’attenzione, mobilita le risorse.

Quando però diventa eccessiva, persistente o sproporzionata rispetto alla situazione, l’ansia può trasformarsi in una fonte di disagio significativo.

Le Caratteristiche tipiche dell’ansia sono:

  • andamento graduale e spesso costante nel tempo
  • preoccupazioni ricorrenti (“E se succedesse…?”)
  • tensione muscolare, irrequietezza
  • difficoltà di concentrazione
  • sensazione di allarme prolungato

Il panico, invece, è un’esperienza acuta e improvvisa. L’attacco di panico raggiunge il suo picco in pochi minuti ed è accompagnato da una sensazione intensa di paura o terrore, spesso associata al timore di morire, perdere il controllo o “impazzire”.

Le Caratteristiche tipiche del panico sono:

  • esordio improvviso
  • durata limitata (generalmente 10–30 minuti)
  • sintomi fisici molto intensi (tachicardia, fame d’aria, vertigini)
  • sensazione di pericolo imminente
  • forte bisogno di fuga o di aiuto immediato

“Non è panico, ma ansia”: perché è importante saperlo.

Confondere l’ansia con il panico può aumentare la paura stessa. Se interpretiamo un’ansia intensa come un attacco di panico, il messaggio che diamo al nostro corpo è: “Sta succedendo qualcosa di gravissimo”. E questo alimenta il circolo dell’attivazione fisiologica.

Riconoscere che si tratta di ansia permette invece di ridimensionare l’esperienza percepita, interrompere il meccanismo automatico di catastrofizzazione e attivare strategie di regolazione più efficaci.

Per differenziare le esperienze, può essere utile fermarsi e porsi alcune domande guida:

  • Questa sensazione è arrivata all’improvviso o mi stava accompagnando da tempo?
  • La paura ha raggiunto un picco rapido o è rimasta costante?
  • Cosa sto temendo esattamente in questo momento?

Le risposte, però, non servono a fare “autodiagnosi”, ma ad orientarsi!

Alcuni esempi di strumenti di gestione

  1. Dare un nome all’esperienza può aiutare a riportarla su un piano comprensibile e gestibile. Come, ad esempio, dire a sé stessi “Sto provando ansia”o “Sto vivendo un momento di forte attivazione”.
  2. Lavorare sul respiro, che è uno dei canali più diretti per modulare il sistema nervoso.
  3. Riportarsi al presente. L’ansia vive spesso nel futuro, perciò, ancorarsi al “qui-e-ora” aiuta a interrompere il flusso delle preoccupazioni.
  4. Ridurre il controllo ma aumentare l’ascolto. Molte persone cercano di combattere l’ansia e spesso, paradossalmente, questo la rafforza. Un approccio più efficace, invece, è imparare ad ascoltarla, chiedendosi quale bisogno o segnale stia portando.

L’obiettivo non è “far sparire” l’ansia, ma abbassare l’intensità dell’attivazione.

Quando chiedere supporto

È bene chiedere aiuto se l’ansia o gli episodi di panico interferiscono con la vita quotidiana, limitano le scelte e/o generano evitamento o paura della paura.

È importante sapere che non è necessario affrontarli da soli, ma un percorso psicologico può aiutare a comprendere i meccanismi alla base dell’attivazione ansiosa e a sviluppare strumenti personalizzati di regolazione emotiva.

Un possibile spazio di supporto

Presso dNa Milano, è possibile intraprendere percorsi di ascolto e supporto psicologico orientati alla comprensione dell’ansia e delle sue manifestazioni, nel rispetto della storia e delle risorse di ciascuna persona.

Riconoscere che non è panico ma ansia può essere il primo passo per trasformare un’esperienza di paura in un’occasione di maggiore consapevolezza e cura di sé.

Dott.ssa Serena Gizzi

Psicoterapeuta

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Perché le relazioni finiscono?

Gli errori che commettiamo nella scelta del partner

Le relazioni, per quanto belle e intense possano essere all’inizio, spesso finiscono. E la maggior parte delle volte non è perché l’amore scompare, ma perché la scelta iniziale del partner è stata fatta senza la giusta consapevolezza. Nessuno ci ha insegnato come scegliere chi avere accanto e, guidati dall’istinto o dalla paura, cadiamo in errori che ci costano molto caro.

  1. Scambiare attrazione per compatibilità

Uno degli errori più comuni è confondere la chimica con la compatibilità. Quando conosciamo qualcuno che ci fa battere il cuore, il nostro cervello rilascia una scarica di dopamina, un neurotrasmettitore che ci fa sentire euforici. Questo ci porta a credere di aver trovato la persona giusta, ma la realtà è che attrazione e compatibilità non sono la stessa cosa. Puoi provare una fortissima attrazione fisica per qualcuno, ma questo non significa che abbiate gli stessi valori, obiettivi o modi di affrontare la vita.

  1. Innamorarsi di un’idea, non della realtà

Spesso non ci innamoriamo della persona che abbiamo davanti, ma dell’idea di quello che potrebbe diventare. Vediamo il potenziale e ci convinciamo che, con il tempo, quella persona cambierà e diventerà il partner perfetto per noi. Il problema? Le persone cambiano solo se lo vogliono davvero, non perché noi lo desideriamo. Una relazione non può basarsi su un’illusione: se la persona che abbiamo accanto non è ciò che vogliamo oggi, probabilmente non lo sarà nemmeno domani.

  1. Confondere attrazione sessuale e amore

Il desiderio è un fuoco che divampa, mentre l’amore è la casa che ti accoglie. Molte relazioni iniziano con una passione travolgente, ma poi, una volta che la fiamma si affievolisce, ci si ritrova accanto a uno sconosciuto con cui non si ha nulla in comune. Questo accade quando basiamo una relazione solo sull’attrazione fisica senza costruire un legame più profondo fatto di complicità, rispetto e affinità.

  1. Accettare compromessi dettati dalla paura

Ci dicono che in amore bisogna scendere a compromessi, ed è vero, ma non tutti i compromessi sono sani. Spesso accettiamo situazioni che non ci rendono felici solo per paura di restare soli. Ci convinciamo che sia normale soffrire in una relazione o rinunciare a parti di noi stessi per l’altro, quando in realtà un vero rapporto dovrebbe essere un punto di forza, non di sacrificio. La paura della solitudine ci porta a fare scelte sbagliate, e quelle scelte, prima o poi, ci presentano il conto.

  1. Non ascoltare i propri bisogni emotivi

Non sempre siamo pronti per una relazione, eppure ci ostiniamo a cercarla perché la società ci impone di trovare un partner, costruire una famiglia e seguire un percorso prestabilito. Ma se dentro di noi non siamo ancora emotivamente disponibili, se siamo appena usciti da una storia che ci ha feriti o se in quel momento non sentiamo il bisogno di impegnarci, forzarci a farlo porterà solo sofferenza. Conoscere se stessi, rispettare i propri tempi e i propri bisogni è fondamentale per costruire un rapporto sano.

Una relazione che nasce da una scelta sbagliata finirà sempre allo stesso modo. Non è la fine dell’amore a distruggere un rapporto, ma gli errori commessi all’inizio, quando scegliamo qualcuno senza ascoltarci davvero. Per evitare delusioni, dobbiamo imparare a distinguere l’attrazione dalla compatibilità, innamorarci della realtà e non di un’illusione, e soprattutto, non avere paura di stare da soli se quello che abbiamo accanto non è la persona giusta. Perché stare soli è sempre meglio che stare con qualcuno che non fa per noi.

Dott.ssa Maria Limongelli

Psicologo

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Quando l’Ansia Prende il Sopravvento: Riconoscerla e Affrontarla

Ti è mai capitato di sentirti improvvisamente sopraffatto da una sensazione di paura intensa, senza un motivo apparente? Il cuore accelera, il respiro diventa corto, il corpo si irrigidisce e la mente inizia a pensare al peggio.

Sono momenti in cui l’ansia sembra prendere il controllo, lasciandoti con la sensazione di non avere via d’uscita. L’ANSIA è una risposta naturale a situazioni di stress, ma quando diventa costante e invalidante può trasformarsi in un peso difficile da gestire. I pensieri si affollano,  il bisogno di prevedere ogni possibile scenario aumenta, e spesso si evita ciò che potrebbe generare disagio.

Questo circolo vizioso può portare a limitare la propria vita, rinunciando a esperienze, relazioni o opportunità per paura di non riuscire a  gestire l’ansia.

Gli attacchi di panico, poi, possono aggiungere ulteriore sofferenza: episodi improvvisi in cui il corpo e la mente entrano in uno stato di allarme, facendo credere che qualcosa di grave stia per accadere. Anche se questi momenti passano, la paura che possano ripresentarsi può condizionare le scelte quotidiane, creando una sensazione di prigionia.

Se queste sensazioni ti sono familiari, sappi che non sei solo. L’ansia non è un segno di debolezza, ma un segnale che il tuo corpo e la tua mente stanno cercando di comunicarti qualcosa. Comprenderla è il primo passo per affrontarla. Esistono  strategie efficaci per gestire l’ansia e riprendere il controllo della propria vita, senza doverla più subire passivamente.

Dare voce a ciò che si prova, comprendere i propri pensieri e imparare nuove modalità di affrontare l’ansia può fare una grande differenza.

Esistono diversi approcci per gestire l’ansia. Le terapie psicologiche, come la terapia cognitivo-comportamentale (TCC), aiutano a identificare e modificare i pensieri irrazionali che alimentano l’ansia. Inoltre, tecniche di rilassamento, come la meditazione, la respirazione profonda e l’esercizio fisico, possono ridurre la tensione fisica e mentale.

Dott.ssa Maria Limongelli

Psicologo

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Maria Limongelli

Dott.ssa Maria Limongelli

Psicologo cognitivo – comportamentale

Laureata in Psicologia Clinica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e attualmente è specializzanda in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT). Ha arricchito la sua preparazione con corsi internazionali, tra cui The Science of Well-Being della Yale University e un programma dell’American Psychological Association focalizzato su ansia, disturbi dell’umore e dipendenze.

Nel corso della sua carriera ha acquisito esperienza clinica in vari contesti, tra cui il trattamento di pazienti con doppia diagnosi e disturbi di personalità in ambito comunitario. Ha inoltre collaborato a progetti di supporto psicologico per la terza età, promuovendo il benessere attraverso il confronto e la condivisione.

Attualmente, è specializzanda presso il reparto dedicato ai disturbi d’ansia e di panico di Humanitas San Pio X.

È iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi della Lombardia ed è membro dell’Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento (AIAMC).

Ha conseguito la certificazione per il trattamento del paziente con la tecnica EMDR.

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Note di “Christmas Blues”

Non si tratta di un nuovo canto natalizio, ma di un situazione psicologica conosciuta anche come “Sindrome del Natale”.

Si manifesta per lo più nel periodo delle feste invernali, in cui il senso e le tradizioni socio-culturali spingono sull’avere e dimostrare sentimenti e pensieri positivi mentre ci si dedica a grandi preparativi che prevedono:

l’assalto ai negozi con le “classiche” corse ai regali, l’organizzazione di eventi sociali, familiari, amicali, lavorativi; le vacanze, gli addobbi, ecc…

Coloro che però si trovano a vivere questo periodo con sentimenti di tristezza, malinconia, ansia, stress ed irritabilità possono sentirsi fuori posto o sbagliati e quindi provare ulteriormente disagio, frustrazione, rabbia, senso di inadeguatezza e di colpa in quanto “non in linea con le aspettative” sociali.

Ma cosa può provocare il Chistmas Blues?

Premettendo che è più che normale vivere sentimenti ed emozioni negative in questo periodo come nel resto dell’anno, diversi possono essere i fattori scatenanti:

  • una predisposizione all’Ansia o alla Depressione;
  • stare passando un momento difficile (es. motivi di salute, un lutto importante, una crisi di coppia o familiare, problemi lavorativi, rotture affettive …)
  • non avere un buon rapporto con la propria famiglia, ma sentirsi obbligati a frequentarla lo stesso: ciò può portare a vivere sentimenti di frustrazione, rabbia ed, in certi casi, anche invidia verso coloro che, invece, non vedono l’ora di festeggiare coi parenti;
  • una possibile acutizzazione di sentimenti di solitudine e di tristezza preesistenti
  • le valutazioni e i bilanci di fine anno riguardo i diversi ambiti della propria vita, compreso quello economico: alcune persone tendono a concentrarsi maggiormente su ciò che viene giudicato “non soddisfacente”, colpevolizzando sé o gli altri e a rimuginarci costantemente sopra, incrinando ulteriormente l’umore;
  • l’ansia da prestazione e l’ansia da economia, legate all’acquisto di regali, all’organizzazione di pranzi e cene e quant’altro sentiamo sia “da fare” in questo periodo;
  • gli obblighi sociali; ovvero tutti quegli impegni relazionali e conviviali a cui ci si può sentire costretti a partecipare il che, di conseguenza, porta a viverli con maggior disagio soprattutto da coloro già tendono a vivere la socialità con difficoltà;
  • un rapporto difficile col cibo e col proprio corpo può influenzare ulteriormente l’umore di una persona, in base a quanto riesce a vivere e gestire le situazioni conviviali e l’eventuale aumento di peso (reale o temuto) conseguente ai banchetti tipici del periodo;
  • l’influenza dell’Inverno stesso, col suo clima più freddo e più ore di buio

 Tuttavia, la Sindrome del Natale non va confusa con una Depressione Stagionale.

Come si può affrontare il Christmas Blues?

Per prima cosa è importante essere consapevoli dei propri punti di forza così come delle proprie fragilità in modo da poter meglio prevenire, ridurre e gestire i momenti di difficoltà. Ecco alcuni spunti pratici:

chi si vuole opporre al consumismo ed agli sprechi, oppure è preoccupato della propria situazione economica può optare per dedicare del tempo alle persone importanti per sé.

Oppure può scegliere di preparare dei piccoli doni o dei messaggi appositamente pensati per coloro a cui sono destinati: alle persone fa più piacere sentire che il loro caro ha dedicato loro spazio mentale, tempo ed energie per fare qualcosa di genuino e personale.

L’affetto non va assolutamente valutato in base al valore economico del dono. Tra l’altro: ci sono persone che provano maggiore disagio nel ricevere un regalo economicamente impegnativo, specie se non hanno la stessa possibilità economica di chi glielo fa.

  • abbandonare una visione idealizzata e perfezionista di come dovrebbero essere vissute le feste ed i rapporti facendo posto ad una visione e a delle aspettative più realistiche, tenendo conto sia dei pregi che dei difetti e difficoltà personali e delle altre persone con cui abbiamo a che fare (familiari, amici, ecc…) e anche dell’eventuale periodo storico che si sta vivendo;
  • evitare di concentrarsi solo su ciò che è andato storto durante l’anno, giungendo ad un bilancio prettamente negativo, ma privilegiare un esame d’insieme più comprensivo e costruttivo, tenendo in considerazione anche ciò che è andato a buon fine e ci ha gratificati.

Nell’arco di 365 giorni è più che normale attraversare momenti difficili o avere delusioni così come passare momenti belli e soddisfacenti!

In ultima analisi, tenere sempre presente che se il malessere si rivelasse troppo invalidante o tendesse a prolungarsi oltre il periodo delle feste, può risultare saggio rivolgersi ad uno/a Psicologo/a Psicoterapeuta in quanto il problema potrebbe essere essere solo la punta di un iceberg.

Dott.ssa Rachele Ghirardi

Psicoterapeuta

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