Le emozioni non vanno in vacanza!

Se il COVID-19 ha certamente cambiato a livello mondiale le nostre vite, la capacità di resilienza dimostrata, l’altruismo e la solidarietà che hanno caratterizzato le relazioni tra le persone, la consapevolezza e l’accettazione, sì della nostra vulnerabilità, ma anche della nostra forza, e che il coraggio esiste solo se c’è la paura, ci consentono di affrontare il futuro con ottimismo.

Al riguardo mi piace citare l’aforisma di Martin Luther King: “Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno!”.

Dunque il coraggio (arma del cuore) può annientare e atterrire la paura e noi guardare al futuro con fiducia e speranza.

Il coraggio è l’atteggiamento di fondo che spinge gli individui a cercare di vivere la vita, le sue azioni, le sue sfumature emotive più intese, arrivando a guardarle in faccia.

Il coraggio significa comportarsi in base a valori personali nuovi, rinnovati: è la voglia di respirare che ci guida ed è importante non smettere mai di ascoltarla.

Da questa vicenda emergenziale potremmo uscire tutti ‘un po’ più forti’; siamo stati costretti a fermarci con noi stessi e abbiamo potuto “sperimentare la nostra forza”.

Coloro che si sono misurati con i propri mostri interni hanno acquisito una visione del futuro accompagnata dalla speranza e dalla fiducia.

La connessione e condivisione emotiva ci ha portati a confrontarci con le nostre limitazioni, a riflettere sulla nostra condizione, ma anche a creare connessioni che superano il distanziamento fisico e relazionale.

Il ruolo del cuore e delle emozioni, hanno un notevole impatto sul cervello e sulla ragione.

Le emozioni coinvolgono non solo il cervello, ma soprattutto il cuore, e quindi non vanno sempre controllate, ma bensì vissute, perché in ciò c’è del potenziale.

Non tutte le emozioni avverse sono infatti traducibili in disturbi patologici, tutt’altro hanno spesso una valenza positiva e adattiva.

Peccato però che non sempre l’individuo riconosce il potere positivo delle proprie emozioni spiacevoli quali la rabbia, la paura o la tristezza, anzi, soprattutto in un periodo come quello dall’emergenza da Covid19, la persona ne ha visto solo gli aspetti avversi, cercando di conseguenza un rimedio al negativo stato d’animo derivato.

Con il trascorrere degli anni sono sorte nuove metodologie “curative” nei confronti delle emozioni definite negative: oltre alle tecniche psicofarmacologiche o psicoterapiche sono venute alla luce anche delle filosofie religiose o manuali di auto-aiuto, che hanno fatto sì che la persona potesse giungere ad un rimedio in totale autonomia.

Ma bisognerebbe entrare in un’altra ottica: le emozioni e il modo di viverle vanno a determinare il carattere individuale e le potenzialità della persona.

In un periodo come quello attuale, caratterizzato dalla pandemia da Coronavirus, non sempre è possibile porre un rimedio, e la persona deve divenire capace di fronteggiare la situazione riconoscendo quello che è il potere o il “coraggio” delle proprie emozioni.

Bisognerebbe abituarsi a percepire le situazioni inaspettate come in un’ottica di imprevisti.

Tutti gli imprevisti sono in qualche modo dei cambiamenti, ed essi hanno la funzione di fare uscire la mente da uno stato di stasi.

La troppa abitudine o quotidianità fanno sì che la persona giunga a compiere degli errori di ragionamento.

Così facendo, si genererebbe un cosiddetto circolo vizioso la cui via di uscita potrebbe essere rappresentata dal vivere del tutto le emozioni negative, le quali ci allontanerebbero dalle certezze che condizionano il nostro agire quotidiano.

Le emozioni esperite di rabbia e paura nel corso di questa pandemia sono state senz’altro funzionali, perché hanno fatto in modo che potessimo agire.

Tutte le emozioni spiacevoli, se ben canalizzate, hanno sempre una funzione adattiva.

Questo perché vivere ed esperire appieno anche le emozioni meno piacevoli è da coraggiosi, ma in fondo in una situazione di emergenza come quella attuale, tutti noi abbiamo mostrato un gran coraggio ad andare avanti.

L’alfabetizzazione alle emozioni diventa un nostro strumento, nobile e pregiato.

Adesso più che mai, soprattutto a causa delle conseguenze della pandemia, bisogna investire sulla salute mentale e aprirsi alla comprensione delle emozioni.

Solo così, la macchina culturale e umana, qual è la nostra società, potrà ripartire nel meglio modo possibile.

 

Dott.ssa Teresa Lamanna (Psicoterapeuta e Training autogeno)

La masturbazione, un piacevole bisogno fisico e psicologico

“Non denigrare la masturbazione: è sesso con qualcuno che ami.”

(Woody Allen)

La masturbazione rappresenta ancora oggi una zona d’ombra, qualcosa di cui è difficile parlare.

In particolare nelle donne, è stata a lungo proibita e scoraggiata dalle principali ideologie religiose e per anni vista come causa di una moltitudine di disturbi fisici e mentali.

Esiste infatti profondo divario tra la masturbazione femminile e maschile, che contribuisce a rendere meno positiva questa esperienza per la ragazza.

Già a partire dal IV secolo a.C. tutta una serie di comportamenti femminili giudicati deviati, come masturbazione, desiderio, fantasie, lubrificazione ma anche malinconia e irritabilità, vengono considerati come i sintomi di un disturbo tipicamente femminile: l’isteria.

In altre parole, le manifestazioni del desiderio femminile inappagato vengono considerate un problema medico e come tale viene affrontato.

Uno dei modi per curare questo disturbo femminile, raccomandato fin dai tempi di Ippocrate, è il massaggio delle parti genitali.

Seguendo le teorie psicosessuologiche recenti, possiamo considerare la masturbazione come una componente molto importante nel processo di formazione della percezione di sé stessi rispetto al nostro corpo.

La consapevolezza del proprio corpo, delle sue forme, del suo linguaggio e delle sue possibilità di movimento e di risposta agli stimoli esterni non è una conoscenza innata ma si costruisce nel tempo attraverso le diverse esperienze e la loro successiva memoria.

Chi siamo, cosa proviamo, come orientiamo i nostri comportamenti dipende dalla consapevolezza di essere al mondo con il nostro corpo, dipende dal nostro Sé corporeo.

Per trarre i benefici dalla masturbazione femminile è importante che sia attuata con la giusta atmosfera, sia interna che esterna.

Si è riscontrato che l’atmosfera erotica e rilassante che una donna può crearsi aiuta a sentire al massimo i benefici della masturbazione che riguardano la salute fisica, mentale, sessuale e il piacere, come:

  • Le endorfine prodotte dall’organismo aiutano ad eliminare o abbassare lo stress e ad avere pensieri positivi.
  • L’energia e il rilassamento prodotto dalla masturbazione può aiutare la donna ad avere un sonno ristoratore o potrebbe aumentare l’energia psico-fisica.
  • Quelle donne che hanno difficoltà ad avere un orgasmo in coppia, possono aiutarsi con la masturbazione e capire come e dove dirigere il partner nel rapporto sessuale.
  • Per le più giovani la masturbazione sembra che aiuti a calmare i dolori mestruali (con le endorfine) e per quelle in menopausa, con la masturbazione allenano il pavimento pelvico (esercizi di Kegel) e ottengono maggiore lubrificazione.

 

Demonizzare la masturbazione ha portato le donne nei secoli a non vivere appieno la sessualità in generale. Tuttavia, è anche opportuno non fare della pratica masturbatoria un must.

Bisogna promuovere una corretta informazione a riguardo favorendo lo sviluppo di un equilibrio nella propria vita sessuale e relazionale.

Dott.ssa Teresa Lamanna (Psicoterapeuta)

Sono in quarantena ma andrà tutto bene: cosa fare per sopravvivere allo stress

Due anni fa, pensare al 2022 ci incoraggiava ad animarci delle migliori emozioni, dopo tutte le restrizioni e le paure della prima fase pandemica. Ricordo come fosse ieri quanti mi raccontavano progetti – di viaggi di piacere o di studio, prevalentemente – che avrebbero realizzato proprio da qui in poi, perché “coi vaccini finalmente torniamo a vivere”.

Oggi che quel “poi” è arrivato, però, la faccenda sembra rivelarsi più dura di quanto si potesse immaginare.

c”Sono positivo/a” è il nuovo “andrà tutto bene” appeso alla bocca di troppi, vaccinati e non, con tutta la scia di quarantene e isolamento che comporta, per sè e per i contatti delle ultime 48 ore. I genitori di bimbi o ragazzini che fanno parte di classi finite in Dad o Did si rincorrono nelle chat di classe per capire quando finisce la quarantena, nell’attesa di comunicazioni ufficiali che l’Ats dovrebbe inviare ma chissà, e allora nella confusione generale va bene anche il sentito dire, “e vediamo se le maestre poi lo/a fanno entrare” – “ma no, chiamiamo la scuola e ci facciamo spiegare!”, e avanti così nella concitazione generale.

La paura di finire intubati in un reparto di Terapia Intensiva, insomma, sembra fortunatamente molto ridimensionata, soppiantata però dalla paura di non poter uscire di casa per 10 giorni filati se non di più, dal bailamme organizzativo che tutto questo si porta appresso e dallo stress cognitivo ed emotivo del volerci capire qualcosa.

I rischi che si corrono in termini di equilibrio psicologico sono enormi.

Intendiamoci: è fuori di dubbio che lo stato di “quarantena” non possa essere definito “in sé e  per sè” come “situazione grave o traumatica”, quantomeno non per come si configura allo stato attuale delle cose e nella misura in cui si sia in quarantena senza positività alla malattia o, qualora positivi, senza una sintomatologia gravosa.

Ma che questo ritrovarsi in quarantena possa accadere oggi a persone che hanno vissuto due anni di pandemia non ancora conclusa, due anni in cui questa “fine della pandemia” è stata proclamata a gran voce più e più volte come potenziale premio per un’obbedienza di massa – prima al lockdown “duro” con la chiusura di tutto, poi al lockdown “soft” con le aperture controllate, poi alle vaccinazioni di massa per il ciclo base prima e seconda dose, ora all’accettazione di massa del booster… -, due anni in cui si è tanto sperato e si è di volta in volta provata delusione e/o rabbia e/o profonda stanchezza, perchè no, dopo due anni non è ancora finita e se hai figli non vaccinati/vaccinabili o un contatto con un  positivo rischi ancora di doverti rintanare in casa… beh, questo sì che può mettere seriamente alla prova anche il migliore degli equilibri.

Non tutti reagiscono allo stesso modo alla quarantena, beninteso: alcuni non ne soffrono, anzi godono della possibilità di ritirarsi dalla vita sociale e dalle sue incombenze. Ma la maggioranza sembrerebbe non poterne più. 

“Mi sono vaccinato perchè credevo che così sarei stato/a libero/a e invece…”: dite la verità, a quanti è balenato in testa questo pensiero?

Cosa possiamo fare, allora, per ridurre al minimo lo stress causato dal timore della quarantena e dalla quarantena stessa?

Ecco alcune indicazioni generali:

  1. evitare di mantenere un comportamento di ipervigilanza: se indossiamo correttamente la mascherina, meglio se Ffp2, e se manteniamo la distanza di sicurezza avendo cura di igienizzare le mani periodicamente, mettiamo in atto di fatto tutte le misure in nostro potere per evitare di contagiarci. A poco serve agitarci, ipercontrollare il comportamento altrui in ambienti sociali, giudicare, rimuginarci sopra… se non a far impennare il nostro disagio e il nostro stato di stress. Utile, a questo proposito, limitare le esposizioni alle informazioni inerenti la diffusione del contagio: una volta al giorno è più che sufficiente.

2. se invece siamo malauguratamente finiti in quarantena e ci tocca chiuderci in casa per 10 o più giorni:

a. strutturare le giornate mantenendo inalterati gli orari di sveglia e addormentamento

b. rendere i giorni diversi gli uni dagli altri: la domenica rimane il “giorno di festa”, ben diverso dal lunedì

c. mettere a fuoco la parte mezza piena del bicchiere: nei momenti peggiori, se e quando emergono vissuti di profonda stanchezza, noia, rabbia, delusione… beh, è proprio lì che è utile ricordare che anche questa situazione può avere degli aspetti positivi, come quelli evidenziati nei punti seguenti…

d. usare il tempo libero per fare quanto si è sempre desiderato fare “quando avrò il tempo”: questa può essere un’ottima occasione. Prendiamo l’abitudine di stendere una “to do list”, cioè una lista di “cose da fare”, barrando di volta in volta le attività completate

e. dedicare più cura e attenzione all’alimentazione, che può finalmente essere meno “di corsa” e “sempre uguale” e più “creativa”, “sfiziosa”, senza ovviamente eccedere nei nutrienti che incidono negativamente sulle attività mentali (glucidi in primis)

f. incuriosirsi: internet a questo proposito è un’eccellente finestra sul mondo, in grado di offrire tutorial su qualunque cosa e di catapultarci in un batter d’occhio ovunque. Una mia paziente durante la sua quarantena ha gironzolato per i su-e-giù di San Francisco, una città che adora, usando la funzione Street view di Google Maps… per evidenti ragioni non ha potuto prendere l’autobus, ma ha comunque vissuto la sensazione di portarsi altrove… mica poco

g. fare attività fisica e bagno/doccia prolungato: provate! L’impatto in termini di decompressione e rilassatezza è evidente

h. riflettere su di sè: questo punto vale soprattutto per chi è abituato a correre e, una volta finito in quarantena, di colpo è costretto a fermarsi. Fare il punto con se stessi dentro a un vis-à-vis così prolungato può rappresentare un’opportunità non da poco, permettendo di mettere a fuoco aspetti della quotidianità che meriterebbero di essere modificati

i. ricordare che la quarantena ha una fine: la cosiddetta via d’uscita, che è importante percepire per meglio sostenere il “peso” e la fatica della fase di quarantena e al contempo per meglio cogliere l’opportunità che può rappresentare, se lo vogliamo.

 

Tanto alla fine vale per la quarantena quel che vale per qualsiasi accadimento poco gradevole con cui ci tocca fare i conti prima o poi: la maggior parte delle volte, siamo noi a decidere se subirla o usarla. Cambiate due sillabe e cambia tutto.  

Dott.ssa Serena Basile (Psicologo Psicoterapeuta)

Una ricetta sana e gioiosa per nutrire mente e corpo? MINDFUL EATING

Le nostre battaglie con il cibo sono spesso causa di terribili stress emotivi che portano senso di colpa, vergogna e depressione.
Viviamo sempre di più un rapporto sbilanciato con il cibo. Una delle cause principali di questo squilibrio è la mancanza di un nutriente essenziale per l’essere umano: la mindfulness o consapevolezza.

Mindfulness significa prestare attenzione in maniera totale e priva di giudizio allo svolgersi della vita momento per momento.
Se si tende a mangiare troppo o a mangiare per scacciare l’ansia, come molti fanno, se si sta combattendo contro l’obesità, bulimia, anoressia o altri disturbi del comportamento alimentare, la mindfulness potrebbe essere una delle medicine da provare!
La mindfulness evoca un cambiamento che parte dall’interno. Un processo naturale e organico che si realizza nei tempi e nei modi che meglio si addicono a ognuno di noi.

È la massima espressione delle cosiddette cure “naturali”.

Non è necessario diventare Buddhisti per sperimentare i benefici della mindfulness. È un’abilità che tutti abbiamo e che tutti possiamo coltivare.

Per mindfulness si intende porre deliberatamente l’attenzione, essere pienamente coscienti di ciò che succede dentro di noi – nel corpo, nel cuore e nella mente – e fuori di noi, nell’ambiente in cui siamo: è consapevolezza priva di giudizio o critica. Nell’alimentazione consapevole (Mindful Eating) non paragoniamo e non giudichiamo.

La Mindful Eating non è una dieta, non è regolato da grafici, tavole, piramidi o bilance ma è un differente assetto mentale. Siamo semplicemente testimoni di sensazioni, di pensieri e di emozioni che affiorano nei confronti del cibo e del mangiare.

La mindfulness si basa sul presupposto che quando ignoriamo ciò che stiamo vedendo, toccando o mangiando, è come se quella cosa non esistesse.
Se mangiamo distratti dal televisore, senza assaporare davvero ciò che abbiamo davanti, il cibo va giù senza che ce ne accorgiamo. Rimaniamo in qualche misura affamati e insoddisfatti e facilmente ci alziamo da tavola alla ricerca di qualcos’altro che ci appaghi.

Attraverso la Mindful Eating impariamo a essere presenti mentre mangiamo. Sembra semplice e ovvio essere consapevoli di ciò che stiamo mangiando nel momento esatto in cui lo mangiamo ma la maggior parte di noi ha disimparato a farlo.

La Mindful Eating è un modo per ritrovare la gioia semplice del mangiare e del bere. Si può trasformare la noia in curiosità, l’irrequietezza in agio, la negatività in gratitudine.

Ci si immerge nell’esperienza del mangiare attraverso il colore, la consistenza, l’odore, il gusto e persino il suono collegati al bere e al mangiare.
Ci permette di essere curiosi e anche giocosi mentre osserviamo le nostre reazioni al cibo e i segnali che ci arrivano riguardo alla soddisfazione e alla sazietà.
Quando non assaporiamo ciò che mangiamo, finiamo spesso per sentirci troppo pieni ma per nulla soddisfatti. Questo perché la nostra mente e la nostra bocca non sono presenti, non stanno assaporando o gustando mentre mangiamo. Lo stomaco si riempie ma la mente e la bocca restano insoddisfatte e quindi chiedono di continuare a mangiare.

Uno strumento come la Mindful Eating potrebbe diventare il giusto “condimento” della nostra vita…basta una “goccia” di gentilezza e un “pizzico” di curiosità!

Dott.ssa Teresa Lamanna (Psicologo, Psicoterapeuta, Training autogeno)

Mi ama o non mi ama? Quando l’inadeguatezza sta (spesso) nella domanda

amaDa qualche tempo a questa parte mi trovo spesso a ricevere domande o richieste di consigli – quando non di interventi psicoterapeutici veri e propri – da parte di coppie in crisi. Sarà dovuto anche a questa (infinita) pandemia che nell’ultimo anno e mezzo a mesi alterni ci ha costretti a quotidianità molto casalinghe, ma tant’è.

Che si tratti di richieste da parte di uno solo dei due partners o da parte della coppia tutta intera, sempre di crisi si parla. E, che arrivi immediatamente o che arrivi in un secondo momento, una delle domande più gettonate fra quelle che mi vengono rivolte è questa: “Ma lui, ma lei – Dottoressa secondo lei, eh – mi ama ancora o non mi ama più?”  

La soluzione della crisi può sicuramente avere a che fare con la possibilità di rispondere a questa domanda, ma nella sostanza la causa della turbolenza nella coppia spesso con la presenza dell’amore c’entra poco, e comprenderlo è già un buon punto di partenza. Ma procediamo con ordine.

La terapia di coppia è una forma di intervento psicoterapeutico rivolto a entrambi i partners, etero o omosessuali, al fine di aiutarli a trovare in se stessi e nella coppia le risorse necessarie per superare momenti di difficoltà che ne mettono a dura prova le capacità di resilienza.

Non di rado, certo, ci si rivolge a un terapeuta anche per affrontare e accettare la fine del sentimento d’amore e/o della relazione, ancor più se in presenza di figli da gestire e da sostenere di fronte a cambiamenti spesso dolorosi. Ma quando la domanda è “Dottoressa, ma secondo lei quell’altro/a mi ama ancora?”, di finito c’è da ipotizzare che non ci sia ancora nulla se non, forse, la pazienza, davanti a una partita ancora tutta da giocare.

In questi casi, amo definire la terapia di coppia come quel percorso che permette ai due partners di re-imparare a conoscersi, sviluppando capacità di ascolto e di reciproca comprensione, nel bel mezzo di fasi di vita in cui i vecchi equilibri – che sicuramente hanno permesso di costruire la coppia fin lì, nel bene e nel male – sono giocoforza saltati e ci si ritrova con nel cuore il dubbio: “Ma mi ama o non mi ama?”.

Dubbio che il più delle volte nasce dalla difficoltà a comunicare… ed è questa la principale ragione per cui questa domanda è inadeguata e serve a poco o nulla. La domanda che serve, piuttosto, è “Ma il mio partner riesce a comprendere le intenzioni che guidano i miei comportamenti e i miei atteggiamenti? I miei gesti, le mie parole, sono compresi appieno nel significato che io vi attribuisco e che desidero trasmettere, o vengo frequentemente frainteso/a?”

E qui viene il bello!

Perché lavorare sulla comunicazione all’interno della coppia significa accettare che il partner possa avere modalità di stare al mondo diverse dalle proprie, nonché diverse modalità di interpretare se stessi e gli altri, di affrontare e risolvere i problemi, di reagire alle difficoltà. E dopo che tutto questo è stato accettato, diventa importante imparare a porsi con curiosità, disponibili ad accogliere e a comprendere le logiche sottese a tutti quei comportamenti e a quelle reazioni che hanno reso il partner fino a poco prima incomprensibile e inaccettabile.

Un lavoro sicuramente duro, faticosissimo. Ma che bello che è, quando da una vecchia coppia in crisi ne nasce una più “cresciuta”, forte, consapevole.

Molte coppie temono la terapia… Capitato a tutti, vero, di suggerirla ad almeno una coppia di amici e di sentirsi ributtati indietro “perché in qualche modo ce la facciamo da soli” e “non siamo matti”?

Eppure il momento migliore per cominciare un lavoro di “ri-scoperta” dell’altro sarebbe proprio il momento iniziale della sofferenza e delle incomprensioni, quando cioè la domanda “Ma mi ama o non mi ama?” è ancora solo sussurrata: quando, cioè, si discute con foga accendendo conflitti per questioni di scarsa rilevanza, che si spengono in fretta come cerini. Ma che lasciano in bocca quel sapore amarognolo della distanza, fosse anche infinitesimale.

Dott.ssa Serena Basile (Psicologo e Psicoterapeuta)

In ferie col Covid-19: alcuni consigli per attutire la “sindrome dell’appestato”

Dottorè ma sa che m’è successo? Cose da pazzi… ci si è messa pure mia nonna… E’ da mesi che mi piange al telefono, “e quanto mi manca la gioia mia… per fare pasta e patate aspetto solo a te… questa terra non è più la stessa…” e tutte queste storie… E ora che mi sto organizzando per fare le ferie a casa, lì al Sud, che mi dice? “Ma tu sei proprio sicura di voler tornare? Mica m’ammorbi col virus, a nonna, che già tengo il diabete?” Ha capito… Mi dica lei ora come devo stare. Pure mia nonna ci si mette Dottorè.

covid-19

Così una mia paziente sintetizzava giorni fa quella che, stando ad alcuni recenti articoli di giornale, sembrerebbe essere una problematica abbastanza diffusa: se vivi al Nord organizzare anche solo una breve vacanza fuori regione può esporti a vissuti un filino sgradevoli.

Da fine febbraio, siamo entrati in una fase storica che ci auguriamo possa essere più unica che rara, causata da quella che l’11 marzo è stata definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una pandemia da nuovo Coronavirus 2019. Abbiamo vissuto mesi di lockdown, tutti chiusi nelle nostre case. In tanti sono rimasti lontani dai propri cari, per strada la polizia controllava ogni giorno i pochi in circolazione. Al supermercato gel igienizzanti e guanti monouso sono stati introvabili per settimane, spariti insieme a lieviti e altri beni di prima necessità di cui tanti hanno fatto scorta in fretta e furia in preda alla paura e all’incertezza. Tante persone hanno perso la vita, senza che fosse possibile rivolgere loro l’ultimo saluto.

Oggi tutto questo sembrerebbe un brutto, bruttissimo, ricordo. Siamo in fase 3, quella in cui si torna a una sorta di normalità con, però, l’aggiunta del Covid-19 con cui – dicono – ci toccherà convivere per un po’. Ma di fatto ogni giorno che passa lungo tutto lo Stivale le regioni sembrerebbero via via ripulirsi, si parla di “contagio zero” e “zero decessi” in più di un’area geografica, per cui evviva!

Ma purtroppo c’è un “ma”.

Le regioni del Nord Italia – chi più chi meno e dentro a una danza quotidiana che le vede a turno sul podio, oggi la Lombardia e domani il Veneto o l’Emilia Romagna o il Piemonte – continuano a essere strombazzate sui giornali come le regioni in cui il contagio si riduce ma mai del tutto, a un giorno con pochi contagiati ne segue uno in cui il numero sembra rimbalzare verso l’alto

In Lombardia, poi, ci sono “le inchieste in corso”, in piazza si chiedeva fino a qualche settimana fa il commissariamento della Regione e un giorno sì e un giorno no c’è sempre qualcuno che strilla che si dovrebbero fare più tamponi, sennò come si fa a capirci veramente qualcosa. E poi: verrà l’autunno e sarà un disastro o forse no, qualcuno ha una sfera di cristallo?

Ecco. Messa in questi termini diventa dura dire a nonna che ha torto marcio.

Qualche suggerimento, allora, per proteggerci da questa diffusa sindrome dell’appestato, che esercita effetti sgradevoli tanto sull’“accusato” quanto sull’“accusatore”:

  1. non dimentichiamo che l’esperienza vissuta con questa pandemia ha prodotto stress: in noi, negli altri. L’obbligo di rispettare regole restrittive della libertà personale, ritrovandoci nella condizione di doverci sempre giustificare qualora fuori casa, ha prodotto stress. Anche in chi ha deciso di non uscire per mesi (“Dottoressa solo il pensiero di dovermi poi togliere i guanti e disinfettare… e togliere i vestiti, e non so se anche le scarpe… insomma, meglio starmene a casa e farmi portare tutto a domicilio”).
  2. Non dimentichiamo che questa esperienza non ci ha solo privati della libertà personale ma ci ha anche spaventati a morte. In un battibaleno ci siamo ritrovati privati di tante certezze (il lavoro, la routine quotidiana, una prospettiva futura certa). In tanti in pochissimi giorni hanno perso persone care.
  3. Non dimentichiamo che abbiamo provato spesso tanta rabbia: perché si faticava a vedere la fine del lockdown, per le privazioni che hanno subito i nostri figli, per chi per strada non rispettava le misure di sicurezza, per tanto dolore cui si è legittimamente faticato a riconoscere un senso.
  4. Ricordiamoci, ora, quanto possa essere preziosa la comprensione e l’accettazione compassionevole di noi stessi e degli altri, per la profonda stanchezza che può emergere a volte, rendendoci “antipatici” e “respingenti”.
  5. Ricordiamoci, ora, che, in una situazione difficile come questa, in cui chi viene dal Nord è “quello che può portare il virus”, la più bella, utile e forte protezione è la protezione vicendevole, reciproca: se l’altro sente la nostra cura nel proteggerlo (ad esempio rispettando tutte le misure di sicurezza attualmente previste), può sentirsi capito nelle sue paure e al sicuro. Questo, a catena, può motivare a proteggere i “presunti appestati” dalla chiusura e dal rifiuto, aprendo ad un’accoglienza responsabile e… a prova di nonna.

Un’esperienza pandemica così dura, tagliente, privativa, merita ora – per la stagione calda, almeno, in cui il contagio in Italia sembra un filo dare tregua – di lasciare il posto a “fiori”, per dirla con De Andrè. E non c’è altro che faccia così bene quanto l’aver cura gli uni degli altri e saperselo (in qualunque modo) dire.

Lo dobbiamo a noi stessi. Lo dobbiamo ai bambini.

Dott.ssa Serena Basile (Psicologo e Psicoterapeuta)

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