Il paradosso della vacanza: perché il corpo ha bisogno di tempo per abituarsi

Le vacanze vengono generalmente associate al riposo e al recupero, ma proprio il cambiamento rispetto alle abitudini quotidiane può rappresentare, per il sistema muscolo-scheletrico, un piccolo “stress” di adattamento.

Non è quindi necessariamente la vacanza in sé a favorire la comparsa di rigidità e contratture, quanto piuttosto l’insieme di modificazioni che avvengono in pochi giorni: un divano diverso, una routine completamente nuova, variazioni dello stile di vita, un materasso differente o un cuscino con caratteristiche diverse da quelle a cui il corpo è abituato.

Il nostro organismo, infatti, tende a funzionare secondo schemi motori e posturali consolidati. Muscoli, articolazioni e sistema nervoso si adattano progressivamente alle condizioni in cui viviamo ogni giorno.

Quando queste condizioni cambiano improvvisamente, il corpo deve riorganizzare il proprio modo di distribuire carichi e tensioni.

Cambiamento di routine quotidiana

Durante l’anno la maggior parte delle persone segue una routine ciclica: si alza a un determinato orario, si raggiunge il lavoro, si trascorrono ore e ore seduti, per chi segue una attività sportiva a dei giorni “fissi” che tendenzialmente rispetta e si torna a casa seguendo schemi abbastanza ripetitivi. In vacanza tutto questo può cambiare rapidamente. Si può dormire più a lungo, camminare molto di più, stare seduti per diverse ore, trascorrere una giornata in automobile o in aereo oppure alternare periodi di completa inattività ad attività fisiche più intense. Dal punto di vista fisiologico, il muscolo non si adatta soltanto alla quantità di movimento, ma anche alla sua frequenza, durata e intensità. Un improvviso aumento o una significativa riduzione dell’attività modifica gli stimoli a cui il sistema muscolare è abituato. Movimenti apparentemente banali possono quindi diventare insoliti se vengono eseguiti molto più a lungo del normale. Il corpo deve continuamente modulare il tono muscolare e la stabilizzazione articolare per adattarsi a queste nuove richieste.

Il materasso: il corpo deve “imparare” una nuova superficie

Il sonno rappresenta un altro momento fondamentale. Passare da un materasso conosciuto a uno con diversa rigidità, elasticità o conformazione significa cambiare il modo in cui il corpo viene sostenuto durante la notte. Quando siamo sdraiati, la superficie del materasso determina in parte come vengono distribuiti i carichi tra spalle, bacino, colonna e arti. Un materasso più rigido o più morbido rispetto a quello abituale può modificare questi punti di appoggio. Il corpo, durante il sonno, non rimane immobile: compie piccoli aggiustamenti posturali e cambiamenti di posizione. Quando la superficie di appoggio è diversa da quella abituale, questi adattamenti possono avvenire secondo modalità differenti. È soprattutto il passaggio improvviso da una condizione conosciuta a una nuova condizione a richiedere un periodo di adattamento.

Anche il cuscino modifica l’equilibrio posturale

Un discorso simile riguarda il cuscino, soprattutto per chi è abituato a utilizzare sempre lo stesso modello. Altezza, consistenza e capacità di sostenere la testa influenzano la posizione del tratto cervicale durante il sonno. Un cuscino più alto o più basso può modificare l’orientamento della testa rispetto al tronco, mentre un materiale con caratteristiche diverse può cambiare il modo in cui il capo viene sostenuto. Anche in questo caso non esiste necessariamente un cuscino universalmente corretto: ciò che conta è l’adattamento individuale. Il sistema muscolo-scheletrico è abituato a una determinata abitudine, quando questa cambia bruscamente, deve trovare un nuovo equilibrio.

Un divano diverso: non è solo una questione di comodità

Uno degli elementi spesso sottovalutati durante una vacanza è il divano. A casa siamo abituati a una determinata altezza, profondità e consistenza della seduta. Queste caratteristiche influenzano la posizione del bacino, della colonna vertebrale e degli
arti inferiori. Un divano più morbido può far sprofondare maggiormente il bacino, mentre una seduta più profonda può portare a mantenere le gambe più distese o il tronco maggiormente reclinato. Al contrario, una seduta rigida o poco profonda può favorire una posizione differente del tronco e delle anche.

Il problema non è necessariamente che una posizione sia “sbagliata”

Piuttosto, mantenere per molto tempo una posizione diversa da quella abituale richiede un nuovo adattamento della muscolatura. Alcuni gruppi muscolari possono essere chiamati a lavorare in modo diverso dal solito per stabilizzare il corpo. Se questo avviene per molte ore, soprattutto durante momenti di relax in cui non prestiamo attenzione alla postura, il sistema neuromuscolare può trovarsi a gestire un carico insolito.

Cambiare stile di vita significa cambiare carichi.

La vacanza può modificare anche il modo in cui utilizziamo il corpo. Chi normalmente trascorre gran parte della giornata seduto può improvvisamente iniziare a camminare per ore, fare escursioni, nuotare o stare molto tempo in piedi. Al contrario, chi conduce una vita attiva può passare diversi giorni con livelli di movimento molto inferiori. Questa variazione è importante perché i tessuti non rispondono soltanto al singolo movimento, ma alla quantità complessiva di carico ricevuta nel tempo.
Anche il modo di trasportare gli oggetti può cambiare: valigie, zaini, borse da spiaggia o trolley introducono distribuzioni del peso differenti rispetto alla quotidianità. Il sistema muscolo-scheletrico deve adattarsi a questi nuovi carichi, modificando
continuamente l’attività dei muscoli che contribuiscono alla stabilità del tronco e degli arti.

Per concludere la vacanza rappresenta un periodo nel quale cambiano contemporaneamente molti fattori: sedute, superfici di appoggio, quantità di movimento, orari, attività fisica e modalità di riposo. Il nostro organismo è estremamente capace di adattarsi, ma l’adattamento richiede tempo. È proprio questo passaggio tra una condizione abituale e una nuova condizione che può spiegare perché, paradossalmente, dopo alcuni giorni di vacanza possano comparire rigidità e contratture. Il punto centrale, quindi, non è considerare la vacanza come qualcosa di negativo per il sistema muscolare, ma comprendere che ogni cambiamento improvviso delle abitudini rappresenta una nuova richiesta di adattamento.

Quando più cambiamenti avvengono contemporaneamente, come spesso accade durante un viaggio, il corpo deve riorganizzare in poco tempo schemi posturali e motori costruiti nel corso di mesi o anni.

Dott. Christian Lagar

Osteopata e Massoterapista

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Cefalea? È ora di dire stop!

Le cefalee sono una condizione comune che colpiscono milioni di persone in tutto il mondo. Queste fastidiose e spesso debilitanti sensazioni di dolore possono derivare da una vasta gamma di cause, tra cui tensione muscolare, problemi posturali, stress e persino disfunzioni del sistema nervoso. Mentre molti individui cercano sollievo attraverso farmaci, la terapia osteopatica offre un approccio alternativo che mira a trattare il problema alla radice.

Classificazione cefalee

Esistono diversi tipi di cefalea, le principali sono 3:

Emicrania: È uno dei tipi di cefalea più comuni ed è caratterizzata da episodi ricorrenti di dolore pulsante, spesso accompagnati da nausea, vomito, e sensibilità alla luce o al suono. L’emicrania può essere con aura (quando è preceduta da sintomi visivi o sensoriali) o senza aura.

Cefalea tensiva: Caratterizzata da dolore che può variare da una pressione leggera a una più intensa, spesso descritta come una fascia attorno alla testa.

Cefalea a grappolo: Caratterizzata da attacchi intensi e ripetuti di dolore intorno all’occhio, con frequenza giornaliera per alcune settimane o mesi (clustri), seguiti da periodi di remissione.

Le cause delle cefalee sono diverse e possono includere stress, tensione muscolare cronica, disfunzioni articolari, problemi posturali, alterazioni nel flusso sanguigno e molte altre.

La diagnosi accurata delle cause sottostanti è fondamentale per una gestione efficace.

L’Osteopatia nella cura della Cefalea

Si inizia con una valutazione dettagliata del problema in questione. Questa valutazione può includere un’analisi della postura, un esame delle articolazioni e dei tessuti molli, nonché una valutazione della mobilità e della funzionalità. L’obiettivo è identificare eventuali disfunzioni o tensioni che potrebbero contribuire alle cefalee.

Una volta identificate le aree problematiche, l’osteopata attraverso una combinazione di tecniche manuali per alleviare decisamente le tensioni, ripristina l’equilibrio. Queste tecniche possono includere manipolazioni articolari, mobilizzazioni, massaggi e stretching. 

L’obiettivo è sì ripristinare la funzionalità ottimale del corpo ma soprattutto prevenire recidive.

I principali benefici:

  1. Alleviamento del Dolore: le tecniche osteopatiche possono contribuire a ridurre il dolore associato alle cefalee, fornendo sollievo immediato.
  2. Prevenzione delle Recidive: Trattando le cause sottostanti, l’osteopatia può aiutare a prevenire il ritorno delle cefalee nel lungo termine.
  3. Miglioramento della Qualità della Vita: riducendo la frequenza e l’intensità delle cefalee, l’osteopatia può migliorare significativamente la qualità della vita dei pazienti.
  4. Approccio Senza Farmaci: per coloro che preferiscono evitare o ridurre l’uso di farmaci, l’osteopatia offre un’opzione naturale.
  5. Promozione del Benessere Generale: l’osteopatia mira a migliorare l’equilibrio e la funzionalità del corpo nel suo insieme, promuovendo un senso generale di benessere.

Conclusioni

Le cefalee possono avere un impatto significativo sulla qualità della vita di chi ne soffre. L’osteopatia offre un approccio olistico e complementare per affrontare le cause sottostanti di questa condizione. Attraverso una valutazione accurata e tecniche manuali mirate, gli osteopati possono aiutare i pazienti a trovare sollievo dal dolore e a migliorare il loro benessere complessivo.

Dott. Federico Bouquin

Osteopata, dNa Milano

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Dismenorrea? Lo sapevi che …

dismenorrea

Cos’è la Dismenorrea?

Per dismenorrea si intende un dolore intenso al basso ventre che si manifesta con l’avvicinarsi del ciclo mestruale.

È uno tra i sintomi che possono accompagnare la sindrome premestruale e si presenta solitamente con crampi piuttosto acuti nella zona dell’addome e con altri disturbi tra cui: mal di testa, nausea e diarrea. Si tratta di una condizione che può permanere dal giorno prima del ciclo mestruale fino a 2-3 giorni dalla comparsa.

Esistono due tipi di dismenorrea, primaria e secondaria:

  • La dismenorrea primaria è una condizione che si manifesta solitamente in giovane età ed è riconducibile a cambiamenti ormonali e contrazioni uterine.
  • La dismenorrea secondaria invece è una condizione riconducibile a malattie o a malformazioni della pelvi e generalmente appare in età adulta.

In che modo l’osteopatia può aiutare a ridurre il dolore?

Durante il ciclo mestruale si attiva una cascata infiammatoria (citochine) riconducibile alla cessazione dell’attività ormonale (estrogeni e progesterone), nello stesso tempo si hanno degli spasmi muscolari per facilitare l’espulsione dell’endometrio. Questo processo, col passare del tempo, crea uno stato infiammatorio che può perdurare nel tempo portando ad una condizione dolorosa.

L’osteopata, attraverso manipolazioni specifiche e mirate, può aiutare la paziente ad avvertire meno dolore andando a trattare i muscoli e le strutture che formano il pavimento pelvico. L’obiettivo dell’osteopata è quello di ridurre l’infiammazione e le tensioni muscolari riportando il benessere fisico e psicologico della paziente.

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E la cistite?

La cistite è l’infiammazione della mucosa vescicale, solitamente è di origine virale, e colpisce prevalentemente le donne. È una patologia che si manifesta con il continuo stimolo di urinare. Può essere acuta (un solo episodio) o cronica (più episodi).

Nella cistite cronica l’osteopatia può rappresentare un valido aiuto, riducendo notevolmente i sintomi e migliorando la qualità di vita della paziente. In particolare l’osteopata, avvalendosi di tecniche non invasive, si concentra su tutte quelle strutture che coinvolgono l’apparato urinario (muscoli, legamenti, fasce, organi) i quali, essendo oggetto di continui stati infiammatori, possono aver perso la loro corretta funzione e portare all’insorgenza di nuovo stato doloroso.

Dott. Federico Bouquin (Osteopata)

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Cicatrici? Ecco cosa può fare l’Osteopatia

Un po’ di anatomia:

La pelle (o cute) è l’organo più esteso del nostro apparato tegumentario e ha la funzione di proteggere e rivestire le strutture sottostanti (muscoli, ossa, visceri ecc.). Si tratta della nostra prima arma di difesa contro virus e batteri, impedendo la perdita di liquidi e partecipando alla termoregolazione del nostro corpo. La pelle è in continua comunicazione con il nostro SNC (sistema nervoso centrale) tramite le terminazioni nervose, le quali comunicano ai centri superiori informazioni di tipo tattile, dolorifico e termico, fondamentali per la salute e il benessere del nostro corpo.

La cute è formata da 3 strati: l’epidermide (strato superficiale), il derma (strato medio) e l’ipoderma (strato profondo).

Cosa succede quando si lesiona la pelle?

Durante il corso della vita il nostro corpo è soggetto a diversi traumi che comportano lesioni della pelle. Traumi fisici, incisioni chirurgiche, ustioni, vaccinazioni, piercing alla pelle, infezioni da herpes e persino punture di insetti possono causare lesioni cutanee e conseguenti problemi di cicatrici.

La maggior parte delle lesioni superficiali non lasciano segni significativi, ma le ferite cutanee profonde producono occasionalmente gravi problemi, cicatrici ipertrofiche e cheloidi che possono influenzare drasticamente la qualità della vita, lo stato fisico e la salute psicologica dei pazienti. Le cicatrici ipertrofiche e i cheloidi sono disturbi fibroproliferativi che derivano da una guarigione anormale delle ferite, definita come una regolazione aumentata o diminuita di alcuni processi di guarigione delle stesse.

Non appena la nostra pelle viene attaccata da questi fenomeni, si attivano una serie di processi fisiologici volti a riparare il danno cutaneo. I processi di guarigione si possono suddividere in 3 fasi:

  • fase essudativa: in questa fase avviene la coagulazione del sangue che interrompe il sanguinamento. La ferita produce una secrezione (essudato) che porta via germi e cellule danneggiate.
  • fase di granulazione: produzione di nuovo tessuto connettivo costituito da fibroblasti e collagene.
  • fase di epitelizzazione: formazione di nuove cellule epiteliali (nuova pelle).

 

Il trattamento delle cicatrici

Un approccio manuale per le cicatrici è indispensabile per la loro corretta guarigione. In particolare, il massaggio e successivamente il trattamento osteopatico sono le vie migliori per questo tipo di situazioni.

 

Come può aiutare il massaggio?

Determinati tipi di pressione nella regione interessata possono apportare un notevole beneficio. Quando la cute si lesiona l’organismo innesca una risposta infiammatoria immediata che porta diverse cellule e sostanze pro-infiammatorie a riparare il tessuto. Durante il processo di guarigione però alcune di queste sostanze fanno fatica ad essere riassorbite ed eliminate attraverso il flusso sanguigno: ecco che subentra allora l’importanza del massaggio per decongestionare il tratto colpito dai residui infiammatori e conseguentemente ridurre l’irritazione.

 

Come può aiutare l’osteopatia?

Quando si forma un’area cicatriziale è immediato il crearsi di numerose aderenze che compromettono in diversa misura il corretto movimento dei tessuti circostanti. Inoltre, una mancata corretta guarigione della ferita può portare ad una cattiva irrorazione sanguigna del tessuto in questione. Diventa qui fondamentale l’intervento di un osteopata che, attraverso una terapia manipolativa specifica (tecniche fasciali e di scollamento), è in grado di ridare alla cicatrice una maggiore elasticità, mobilità e un miglior aspetto visivo. Inoltre alcune cicatrici, in particolare quelle generate da importanti interventi chirurgici, possono addirittura portare ad un cambiamento posturale con conseguente squilibrio dello schema corporeo. È importante quindi che l’osteopata osservi attentamente la dimensione e la qualità della cicatrice per scegliere il miglior approccio per il paziente.

Dott. Federico Bouquin (Osteopata)

 

Cervicalgia, 15 milioni di italiani ne soffrono continuamente

Con il termine cervicalgia, o più semplicemente conosciuta come cervicale, si intende un dolore al livello del collo più o meno intenso e persistente, considerata la quarta causa di disabilità nel mondo dopo lombalgia (mal di schiena), cefalea e depressione. Ha un tasso di incidenza annuo del 30% e nella metà dei casi si presenta come un disturbo continuo o sub-continuo.

A livello anatomico, la cervicale è una regione del nostro corpo molto complessa essendo ricca di strutture muscolari, articolari e neurologiche. Basti pensare agli innumerevoli movimenti che il collo compie durante la giornata: grazie alla sua mobilità esso è in grado di compiere rotazioni, inclinazioni e movimenti di flesso-estensione.

Fondamentali sono anche le sue interazioni con il sistema nervoso centrale e le connessioni neurologiche con l’apparato visivo e uditivo.

L’insorgere della cervicalgia può essere legato a molteplici fattori: tra le cause più comuni rientrano problematiche muscolari (contratture, stiramenti), artrosi o discopatie (disfunzione dei dischi vertebrali cervicali); più raramente la cervicalgia è legata a patologie come mielopatie, sublussazione atlanto-assiale, metastasi.

Più comunemente, tra i fattori che favoriscono maggiormente la comparsa di sintomi legati alla cervicalgia troviamo:

  • Cattive abitudini posturali (al lavoro, durante il sonno ecc.)
  • Traumi a seguito di incidenti (colpi di frusta, trauma cranico)
  • Obesità
  • Fumo
  • Psicopatologie (depressione, ansia)

Altri fattori che potrebbero facilitare l’insorgere della cervicalgia sono: malocclusione dentale, disturbi alla vista o scoliosi.

Come si manifesta la Cervicalgia?

Spesso la cervicalgia si manifesta con frequenti mal di testa (più propriamente chiamati cefalee), questo perché molte strutture del collo si estendono anche fino al cranio. Esistono tanti tipi di cefalee, ma quella cefalea muscolo-tensiva è la più comune e direttamente conseguente alla cervicalgia: la cefalea muscolo tensiva è infatti un tipo di mal di testa che si caratterizza per la presenza di dolore in regione occipitale che si può irradiare fino alla regione frontale del cranio.

Un altro disturbo associato alla cervicalgia riguarda la sensazione di formicolio del braccio e/o della mano (cervicobrachialgia), che può essere dovuta alla presenza di disfunzioni a livello delle vertebre cervicali, in particolare ernie o altre situazioni che alterano la morfologia del disco andando a comprimere la radice del nervo e di conseguenza alterando le informazioni provenienti dal nervo stesso, avvertendo parestesie, debolezza del braccio e perdita di forza.

Come può aiutarci un intervento osteopatico?

A seguito di un’attenta anamnesi e un esame obiettivo accurato, l’osteopata è in grado di approcciare il tratto cervicale con diverse tecniche (miofasciali, cranio-sacrali, manipolazioni ecc.) per la risoluzione del problema. Inoltre, l’assegnazione di esercizi posturali mirati aiuta notevolmente il mantenimento della corretta mobilità cervicale riducendo il rischio di riacutizzazioni.

Dott. Federico Bouquin (Osteopata)

 

Il diaframma, il muscolo della serenità

diaframmaIl diaframma con la sua funzione digestiva, non solo respiratoria, è un muscolo a cupola che divide la cavità toracica da quella addominale. Dal centro frenico partono delle fibre a raggera divise in tre porzioni:

  • fibre sternali che si inseriscono sull’apofisi xifoidea e parte bassa dello sterno;
  • fibre costali che si inseriscono sulle cartilagini costali e le coste dalla settima alla dodicesima e si embricano con quelle del muscolo trasverso;
  • fibre lombari che si inseriscono sulle vertebre lombari attraverso due pilastri da ciascun lato.

È un muscolo respiratorio primario che ci permette, insieme ai muscoli secondari della respirazione, di respirare e di riempire i nostri polmoni di aria.

Proprio per quanto riguarda i pilastri del diaframma, essi svolgono una funzione fondamentale sulla stabilizzazione e la mobilità del tratto lombare, garantendo un corretto movimento alle vertebre con cui prendono anatomicamente contatto, andando incontro ad un minor rischio di lombalgie. Inoltre delimitano lo spazio in cui passa l’aorta addominale, ovvero l’arteria più grossa e più importante del corpo umano.

Meno conosciuta è la sua funzione digestiva. È definito motore viscerale che, grazie al suo movimento, modifica la pressione addominale esattamente come modifica la pressione intra toracica, aiutando e coadiuvando il movimento della digestione: la peristalsi. Il diaframma compie migliaia di movimento, respiratori ogni giorno, si alza e si abbassa compiendo una espirazione ed una inspirazione facendo sì che gli organi circostanti, (fegato, stomaco, reni ed intestino) vengano compressi, spremuti, e ritirati, simultaneamente, offrendo loro sia la corretta mobilità che la corretta motilità (movimento intrinseco dell’organo).

In sintesi il diaframma è il motore dei nostri visceri che li aiuta a compiere al meglio le loro funzioni. Il diaframma lavora in sintonia con il diaframma pelvico (conosciuto come pavimento pelvico), una mancanza di armonia tra loro creerebbe una compressione o decompressione eccessiva sui visceri causandone un cattivo funzionamento e quindi una disfunzione strutturale e viscerale. Se il diaframma non funziona correttamente, nemmeno i polmoni funzionano bene perché loro non hanno meccanismi propri per fare entrare l’aria. Quindi il primo promotore dell’inspirazione ed espirazione è il diaframma. Contraendosi, il diaframma espande il petto, creando una pressione inspiratoria negativa nel torace e portando aria nei polmoni attraverso la trachea. Grazie a questo meccanismo pressorio inoltre, viene favorita la vascolarizzazione dei tessuti, la quale consente un ritorno venoso e linfatico in tutto l’organismo e di conseguenza il corretto apporto nutritivo ai tessuti viscerali.

Al contrario di altri muscoli scheletrici, il diaframma si contrae e rilassa ritmicamente, sotto il controllo del sistema nervoso autonomo attraverso il nervo frenico. Proprio grazie a questo nervo il diaframma riceve la sua innervazione motoria e sensitiva che gli consente il corretto funzionamento. Problematiche a carico di questo nervo possono portare ad un mal funzionamento del diaframma e di conseguenza ad una cattiva respirazione (N.B. lievi disturbi del nervo frenico possono portare al cosiddetto singhiozzo). Noi siamo inconsapevoli del diaframma a meno che non pensiamo consapevolmente alla sua funzione. Molte delle problematiche, quali: cervicalgie, ansietà, reflusso, difficoltà respiratorie, mal di schiena ecc. posso ricondurle a problematiche del diaframma.

Il diaframma è uno dei muscoli che vengono maggiormente trattati in ambito osteopatico, proprio per i motivi sopra descritti. I pazienti che necessitano di un trattamento diaframmatico ottengono notevoli miglioramenti non solo dal punto di vista respiratorio ma anche a livello dell’intero organismo. L’approccio di questo muscolo non è invasivo ed è ben accettato dal paziente.

La respirazione completa è un insieme, una totalità in cui non esistono fratture, è un’azione fluida con un ritmo lento tra inspiro ed espiro, solo dal naso, partendo da 8 secondi di inspiro e 8 di espiro, fino ad aumentare gradualmente e mantenendo gli occhi chiusi. Come l’acqua che riempie una bottiglia dal basso verso l’alto in inspirazione e dall’alto verso il basso in espirazione, come vuotare una bottiglia.

Conviene fare prima l’esperienza in posizione supina, poi seduta e in seguito in tutte le altre.

PRATICA DESCRITTIVA Gambe piegate e piante dei piedi poggiate a terra.

1) Rilassatevi, chiudete gli occhi, mantenete la mente lucida e attenta. Posate la mano sinistra sull’addome e la destra sullo sterno: questo vi aiuterà a percepire più nitidamente il movimento del respiro.

2) Inspirando sentite il respiro che sale dal basso (dal pube), e da qui portatelo verso l’alto, saturando l’addome ed il torace. È utile percepire l’espansione laterale del torace, all’altezza delle costole fluttuante.

3) Sospensione attiva naturale di 1/2 secondi.

4) Espirando ascoltate il respiro mentre esce da voi con movimento fluido. In un tempo successivo imparate a sentire come la spinta per l’espirazione viene da un punto interno posto sotto l’ombelico. Espirando torace e addome si muovono sincronicamente, un fluire soffice e armonico. 5) Sospensione passiva naturale 1/2 secondi. Sia l’inspirazione che l’espirazione dovranno risultare fluide, morbide senza scatti respiratori. Quando avrete raggiunto la naturalezza e la consapevolezza della respirazione completa potrete farla da seduti, gambe incrociate o sui talloni.

RESPIRAZIONE PER ANSIA, PAURA, DEPRESSIONE, DOLORI MESTRUALI Respirazione per abbassare le sostanze nocive per i nostri neuroni.

Seduti, su una sedia o a terra con la schiena dritta, con il pollice della mano destra chiuderete la narice dx, poi inspirerete lentamente e profondamente dalla narice sinistra e poi dovrete espirare lentamente dalla bocca (a cerchio) espirando l’aria come se steste soffiando per fare delle bolle di sapone, quindi inspirate dalla narice sinistra ed espirate dalla bocca, per un tempo di 3/8 minuti, avrete un immediato effetto calmante sull’ansia.

 

Dott. Federico Bouquin (Osteopata) rif. articolo Dott. Roberto Menghini

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